Natalino
Valentini,
Pavel A. Florenskij
Natalino Valentini, Pavel A. Florenskij, Morcelliana, Brescia, 2004.
Scritto da uno dei maggiori studiosi italiani di Florenskij, questa eccellente
monografia rappresenta un importante passo in avanti per aprire alla recezione
di un pubblico sempre più vasto questo grande filosofo russo.
Caduto nella più completa dimenticanza all’indomani dell’affermarsi
in Russia del potere sovietico, solo nell’ultimo decennio la figura di
Florenskij ha ricominciato ad emergere dal nulla in cui era stata piombata.
Proprio a partire da questa ingiustizia, che ha colpito quello che appare
sempre più come uno dei più grandi pensatori del XX secolo,
inizia il lavoro di Valentini che ricostruisce in maniera sintetica le
principali tappe della breve ma intensa vita di Pavel Alexandrovic Florenskij.
Il primo capitolo (intitolato: La grandezza e il dono di un martire
della verità) prende avvio dai natali di Florenskij in Caucaso
(ad Evlach - Azerbaigian - il 9 gennaio 1882) fino a giungere alla sua
fucilazione, l’8 dicembre 1937, nei pressi di Leningrado, dopo una lunga
detenzione in vari campi di lavoro, compreso quello delle isole Solovki,
dove il più importante monastero ortodosso russo fu trasformato
nel primo gulag sovietico.
Chi si accosta al pensiero di Florenskij per la prima volta non può
non restare colpito dall’ampiezza delle sue competenze, tutte coltivate
in maniera affatto dilettantistica: “fisico, matematico, filosofo della
scienza, ingegnere elettrotecnico, epistemologo, ma anche teologo filosofo
della religione e del linguaggio, teorico dell’arte, studioso di estetica,
archeologia, simbologia e semiotica” (p. 7); tuttavia l’aspetto che fa
di Florenskij un autore di straordinario interesse è la sua sbalorditiva
capacità di comporre tali discipline all’interno di una visione
organica e priva di forzature, dischiudendo un quadro speculativo
profondissimo dal quale si irradiano continuamente nuove piste di ricerca.
Questa innata tendenza ad una visione unitaria ed organica del mondo nasce
in Florenskij già a partire dalle esperienze di infanzia fatte
a Batumi e Tblisi, come dice Valentini “il contatto con la natura del
Caucaso esercita un potente influsso sulla sua percezione «mistica»
e «simbolica» della realtà, nonché sulla concezione
filosofica e teologica” (p.18); di queste esperienze mistiche e simboliche
Florenskij parla ampiamente nelle sue Memorie (la cui edizione italiana
è stata curata sempre da Valentini, vd.: P. Florenskij, Ai
miei figli. Memorie dei giorni passati, Mondadori, Milano 2003).
La tendenza ad intrecciare i vari campi della conoscenza in un’unica visione
unitaria e mistica, a partire dall’infanzia accompagnerà Florenskij
lungo tutto il suo percorso di crescita, fino ad “esplodere” in nel 1899
quando, a seguito di una profonda crisi interiore, avrà inizio
un percorso che lo condurrà alla conversione alla fede ortodossa,
prima, e alla successiva consacrazione a sacerdote nel 1911.
Proprio questo suo amore per la fede, testimoniato senza timore anche
dopo la rivoluzione del 1917, sarà la causa della sua persecuzione
da parte del potere sovietico, fino alla detenzione e alla fucilazione
nei sobborghi di Leningrado, come già detto, nel 1937.
Nel secondo capitolo del libro (per una metafisica concreta)
Valentini analizza il percorso intellettuale attraverso cui Florenskij,
a partire dagli studi matematici condotti sotto la guida di Bugaev (uno
dei più importanti matematici russi di quel tempo), giunge a fissare
il principio di discontinuità e a formulare la sua concezione
della struttura antinomica della verità che sono due “stelle
fisse” attorno alle quali ruota il suo pensiero. Torneremo sulla “struttura
antinomica della verità” più avanti, qui, invece, ci interessa
il principio di discontinuità che è posto come “radicale
ripensamento critico della lex continuitatis, visione ancora
dominante imperniata sul pensiero evoluzionista post-rinascimentale […]
e sul principio meccanicistico meramente quantitativo” (p. 30), un tale
ripensamento non poteva che essere un primo passo verso ulteriori e più
ampi sviluppi, infatti, come afferma lo stesso Valentini “considerata
la vastità e la complessità dei suoi scritti di filosofia
della scienza, non è semplice tracciare una sintesi esaustiva delle
ricerche compiute, poiché molteplici sono gli elementi che concorrono
alla sua determinazione: dal principio di discontinuità alle funzioni
variabili, dalla teoria dei numeri e dei quanti alla teoria della spazialità,
dalle questioni teoriche di geometria non euclidea agli «immaginari»
in geometria e alla quarta dimensione, dalla monadologia all’insiemistica,
fino alle questioni più specialistiche di elettrotecnica, di chimica
organica e di cosmologia riguardanti la biosfera e la noosfera” (p. 34).
A partire da questa complessità è possibile, tuttavia, individuare
nel plesso di significati che si coagulano attorno al concetto di simbolo
uno dei nodi centrali del pensiero di Florenskij, proprio perché
“la concezione del simbolo è trasversale ai vari ambiti conoscitivi,
consentendo persino di penetrare nell’inconoscibile, che per Florenskij
è la vita stessa del mondo, senza violarlo, ma anzi preservandolo
nella sua autentica essenza di mistero ed enigma” (p. 40). Una tale trasversalità
del concetto di simbolo implica, secondo la prospettiva di Florenskij,
la possibilità di leggere in chiave simbolica l’essenza dei vari
campi del conoscere “icona, parola, nome, linguaggio, immaginario, prospettiva,
ecc. non è altro che la sostanza stessa della verità che
traspare sul confine tra «i due mondi» […] la stessa scienza
può essere compresa nel suo senso ultimo solo come descrizione
simbolica” (pp. 40-41). Soprattutto, l’importanza del simbolo è
quella di porsi come “porta fra due mondi”, dove la costante eccedenza
di sé, a cui rimanda il simbolo, crea una breccia metafisica ed
esperienziale verso l’altro mondo.
A partire dai temi legati al simbolo, poi, si dipanano una serie di ulteriori
riflessioni sulla Chiesa, sul Cristianesimo e sulla cultura che mostrano
la straordinaria profondità ed originalità speculativa di
Florenskij. Per mostrare l’importanza centrale del simbolo, Valentini
cita il passaggio di una lettera di Florenskij ad uno dei suoi figli (Kirill)
in cui il simbolo risalta come prezioso strumento per una “metafisica
concreta” e una visione organica del mondo, dice Florenskij: “Che cosa
ho fatto per tutta la vita? Ho contemplato il mondo come un insieme, come
un quadro ed una realtà compatta, ma ad ogni tappa della mia vita
da un determinato punto di vista” (p. 46).
Il terzo capitolo del libro (La rivelazione della verità come
amore) impegna Valentini in una stringata disanima di uno degli aspetti
più interessanti e, per certi versi, sconvolgenti del pensiero
di Florenskij, la critica al razionalismo e al principio di identità.
Dice, a questo proposito, Valentini “l’intero percorso filosofico di padre
Pavel è nella sostanza una messa in discussione radicale di ogni
speculazione astratta, di ogni vuoto concettualismo e razionalismo, come
pure ogni forma di scienza moderna centrata sul modello descrittivo della
realtà, piuttosto che sulla comprensione del significato” (pp.
61-62), e subito si comprende quanto potente sia una tale “messa in discussione”
che attacca, smascherandolo, tanto l'odierno trionfalismo scientifico,
che soprattutto oggi sembra non avere più argini, quanto i rischi
di un pensiero che sempre più ama avvilupparsi solo su se stesso.
Impossibile sintetizzare in poche parole la ricchissima riflessione di
Florenskij e la puntuale e fedele ricostruzione di Valentini su questo
aspetto specifico, ma non si può non accennare, almeno, all'accusa
che Florenskij lancia contro la legge di identità che “nella sua
cieca e nuda tautologia per Florenskij è un equazione senza vita,
«uno spirito di morte, di vuoto di annientamento» e, trasformandosi
nello schema vuoto dell’Io=Io, diventa null’altro che «l’urlo dell’egoismo
messo a nudo»” (p. 63). Partendo da questa “accusa” Florenskij costruisce
un percorso speculativo che, ben lungi da ogni “irrazionalismo”, recupera
la razionalità in una dimensione di “conoscenza integrale della
verità” dove “non si tratta della conoscenza di una verità
qualsiasi, bensì di una conoscenza integrale della verità,
dell’istina nel suo fondamentale legame con la vita e l’esperienza.
Proprio perché si ha a che fare con una verità che contiene
in sé la vita, il suo dramma e le sue antinomie, non ci si può
accontentare di una certezza formale, ma è necessario tendere a
una verità che sappia contenere in sé tutta la pienezza
dell’esistenza, l’essere unitario totale” (p. 64-65). Da qui
la necessità di una “ragione relazionale” che condurrà Florenskij
alla “scandalosa” formulazione del principio per cui “A=A solo se A= non-A”,
dice Valentini “siamo di fronte ad un radicale rovesciamento di prospettiva
rispetto alla legge di identità, per cui si fa appello non più
al vuoto razionalismo formale, bensì a una razionalità dinamica”
(p. 70). Questo schema di rottura del principio di identità è
il presupposto attraverso il quale Florenskij, in un serrato percorso
speculativo in cui si intrecciano gnoseologia, ontologia, etica ed antropologia,
critica, appunto, il principio di identità ma per ritornarvi
in modo rinnovato mediante una logica triadica dove l’identità
a sé (A=A) è giustificata solo dall’apertura e dal riconoscimento
dell’altro (A=non-A) e giustificata nel terzo (A=B!!!); questo del “terzo”
è uno dei temi più affascinanti e spinosi di Florenskij:
“l’apertura dell’Io verso il non-Io non è semplicemente il risultato
di una relazione duale, bensì triadica, poiché solo nel
terzo può accader quell’autentico riconoscimento e ritrovamento
del soggetto” (p. 71). La giustificazione di questo “nuovo” tipo di razionalità
trova il suo fondamento nell'idea “di una diversa concezione dell’identità,
che si struttura nel tempo attraverso un «rinnegamento di se stessa»”
(p. 71), dinamica che scaturisce e si fonda direttamente sulla pericoresi
trinitaria “La verità è la contemplazione di sé attraverso
l’altro nel terzo: Padre, Figlio e Spirito. Ecco la definizione metafisica
della “Sostanza” […] il soggetto della verità è relazione
di Tre, una relazione-sostanza” (p. 72).
Ecco perché non sorprende affatto che, all'interno di questa cornice
di pensiero, concetti quali amicizia e bellezza possano
finalmente essere liberati dalle riduttive interpretazioni psicologiste
ed estetizzanti, che ne hanno infiacchito la forza e sbiadito il senso,
per poter riattingere il loro significato a quella profondità originaria
che ne genera la vera esperienza: “l’incontro dell’Io con il Tu dell’altro
al cospetto del Terzo segna l’inizio di una nuova fondazione della conoscenza,
ed è proprio attraverso l’altro dell’amico che diviene
possibile, secondo l’esperienza concreta dell’amore, l’accesso all’Altro
divino nella sua accezione trinitaria” (p. 72).
Lo stesso rapporto fede-ragione, si configura in maniera nuova aprendo
anche qui un orizzonte problematico ma assai interessante: “la ‘ragione
‘nuova’ esige un atto «libero» ed «ascetico» di
rinuncia a se stessi, la percezione dell’eroismo della fede. Per Florenskij
l’ammissione di questo «fondamento trans-logico» della ragione,
oltre le norme del raziocinio, è la croce, che agli occhi del raziocinio
è sempre «stupido rifiuto di sé stessi». Non
fuga nell’irrazionalismo e neppure fede razionale «che è
infamia e fetore davanti a Dio», ma apertura della ragione all’accoglienza
della fede quale fiducioso atto d’amore, abbandono e rinuncia a se stessi”
(p. 72- 73).
Al centro della dialettica fra un raziocinio ripiegato sulla “morta” legge
di identità e una ragione che tenta di recuperare questa stessa
legge di identità mediante una “filosofia della persona”, Florenskij
innesta, assumendolo dai Padri niceni, l'idea di omoousia (unisostanzialità)
che “apre alla possibilità di pensare nell’unità la molteplicità
e persino le antinomie che compongono la verità dogmatica” (p.
77); è qui che Florenskij fa emergere il carattere antinomico del
suo pensiero che “nasce dalla persuasione che la verità dogmatica
si presenti in maniera pugnace, sia sempre il frutto di una tensione fra
opposti, coincidentia oppositorum, per richiamare la
formula di Niccolò Cusano, che ammette simultaneamente la presenza
di due asserzioni le quali appaiono logicamente incompatibili, ma ontologicamente
necessarie (p. 77).
Difficile tracciare un bilancio sintetico di tutte queste suggestioni,
ma ci paiono senz’altro efficaci alcune considerazioni di Valentini: “L’opera
teologica di Florenskij, oltre a quella filosofica e scientifica, è
un invito incessante a riscoprire la radicalità e la bellezza nascosta
della concezione cristiana del mondo, che scaturisce dall’incontro sempre
nuovo e sorprendente tra fede, cultura e vita, senza il quale lo stesso
concetto di cultura neppure sussisterebbe” (p.80).
Nella sua seconda parte il testo di Valentini è
arricchito, inoltre, da un inedito di Florenskij, ovvero la prolusione
al dibattimento della sua tesi per il conseguimento del titolo di “magister”.
Questa prolusione, intitolata Ragione e dialettica, è
un'appassionata difesa della sua tesi contro lo scalpore che, già
in quel periodo, suscitavano le sue riflessioni, lo scritto è tanto
più interessante in quanto la tesi di cui è prolusione,
intitolata Sulla Verità spirituale, diventerà poi,
passando attraverso ulteriori elaborazioni, uno dei suoi maggiori capolavori:
La colonna e il fondamento della verità.
In ultimo viene offerto al lettore un completo e ricchissimo apparato
bibliografico che comprende: una bibliografia degli scritti di Florenskij
pubblicati, in russo, negli ultimi venti anni; una bibliografia degli
scritti dell’Autore, sempre in russo, ripartiti per argomento; una bibliografia
degli scritti di Florenskij pubblicati in Italia e una bibliografia degli
studi e dei saggi pubblicati sull’Autore.
Tutto questo rende il testo di Valentini, oltre che una validissima guida
introduttiva al pensiero di Florenskij, anche uno strumento indispensabile
per chiunque voglia dedicarsi ad uno studio più sistematico ed
approfondito del pensiero di questo filosofo russo.
Mario Enrico Cerrigone