Marco
Prati,
I due innamorati
Marco Prati, I due innamorati, Edizioni TC, Modena, 2006.
Forse “sperimentale” non è il termine più adeguato a definire
questo racconto di Marco Prati, eppure diversi indizi potrebbero farlo
pensare. Al di là delle definizioni, comunque, ci troviamo di fronte
ad un racconto davvero particolare, di cui una prima evidente peculiarità
è il suo posizionarsi al confine fra letteratura e filosofia, decisione
ardua e non esente da rischi.
Già il titolo, I due innamorati, nasconde un’insidia:
il racconto, infatti, narra, si, di un amore, ma si concentra esclusivamente
sul suo lato eterno, ovvero su una dimensione che, oggi, se non
è del tutto trascurata, è trattata quasi sempre in modo
approssimativo e inadeguato. Il risultato di questa scelta è senz’altro
visibile nello sforzo profuso da Prati nel mettere a punto un linguaggio
adeguato ad esprimere il taglio narrativo scelto, un linguaggio tenue
e rarefatto, verrebbe da dire “medievale”, che da subito introduce nella
particolare atmosfera di questo racconto:
“Dove sei, o mia amata?” gli comparve all’improvviso nella
mente questo pensiero mentre era in tutt’altre faccende indaffarato; senza
che se lo potesse spiegare e nemmeno ne cercò la ragione. Non il
timore, quasi la premonizione, pur anche fallace, di perderla; neanche
il sentirla lontana ché non da molto si erano veduti e di nuovo
di lì ad un po’ si sarebbero reincontrati; ancor meno un’incertezza
o un sospetto per il sentimento di lei o del suo proprio. Niente di tutto
questo né di tanto altro ancora.
Fu come l’accorgersi di lei, proprio lei e la sorpresa per quel sentimento
che li univa. Come se tutto fosse perfettamente naturale, da sé
scaturito spontaneamente, senza che lo avessero voluto e senza alcun motivo;
ed insieme eccezionale, nuovo, senza precedenti; un qualcosa che è
e che non richiede alcuna ragione per essere.
“Sono qui, o mio amato” come a rispondere a quella domanda
che pure non era uscita dall’intimo di lui; forse in un altro momento
e forse nemmeno propriamente una risposta. Solo un tacito dichiarare tra
sé e sé.
Ancora china sul suo lavoro di cucito, con lo sguardo abbassato, ma rivolto
del tutto altrove; seduta in un angolo della grande casa, in quel mentre
deserta e silente; in una quieta e fresca penombra, solo una finestra,
spalancata verso un cielo azzurro pieno e nient’altro che si vedesse fuori;
quasi non fosse alcun momento preciso, ma così da sempre e per
sempre. (p. 5)
Questa scena, che apre il racconto, non sembra nemmeno un inizio, piuttosto
da più la sensazione di essere una sorta di finestra che si spalanca
su un’azione già iniziata in precedenza e, questa stessa sensazione,
col procedere del racconto, assume dei contorni sempre più precisi.
I due innamorati, infatti, sembra svilupparsi in una dimensioni fuori
dal tempo, non perché sia irreale, ma perché si avverte
chiaramente che quanto viene raccontato è come se non avesse bisogno
di una scansione temporale, come se ciò che viene raccontato ne
possa tranquillamente prescindere. La stessa descrizione del “sentimento
che li univa” proviene da “un qualcosa che è e che non richiede
alcuna ragione per essere”, non c’è motivo che possa spiegare l’amore
dei due innamorati (è come se non ci fosse una causa, un momento
preciso in cui esso ha avuto inizio) e quando non ci sono motivi per spiegare
un amore, o esso non esiste, perché non esistono motivi, o non
esistono motivi perché è come se quel legame fosse da sempre.
Anche la risposta di lei “sono qui o mio amato” sembra seguire le leggi
dell’eterno più che quelle delle tempo, quella risposta arriva
durante il lavoro “in una quieta e fresca penombra […] quasi non fosse
alcun momento preciso, ma così da sempre e per sempre”, una risposta
che, più che una vera e propria risposta, è un corrispondere
all’amato, cioè un immediato (e reciproco) esser-rivolti-verso-l’altro
che prescinde dalle distanze spaziali e temporali che li separano.
Sempre l’esigenza di conformare il “materiale narrativo” alla peculiarità
del tema fa avvertire un certo disarticolarsi della trama, il cui procedere,
scarno e lineare, è poco significativo proprio perché lo
sviluppo narrativo è strutturato in modo differente. Più
che all’evolversi di una vera trama, si assiste al susseguirsi di una
serie di “scene”, che formano un quadro narrativo da cogliere come se
si trattasse di un dipinto. Così, I due innamorati, più
che letto in senso diacronico, va compreso come se fosse una
sincronia di scene. La completa assenza dei nomi propri di tutti
i personaggi potrebbe essere un curioso indizio della necessità
di leggere questo racconto in senso sincronico. Dei due innamorati, del
signore presso il quale l’innamorata è a servizio, del guerriero,
del contrabbandiere, della vecchia serva, della misteriosa donna che si
prende cura del guerriero, del bambino che dona il fiore all’innamorata,
ecc., di nessuno dei personaggi è dato sapere il nome. Il perché
di questo tacere lo rivela, in modo indiretto, il signore presso il quale
l’innamorata presta servizio; è notte inoltrata e il signore si
è appena allontanato dal clamore e dai bagordi della festa che,
lui stesso, aveva organizzato, ora egli è giunto presso il luogo
dove la sua servitrice si incontra col suo amato, e così inizia
a ragionare:
“Questo è il luogo dell’innamorata” sussurrò tra sé e sé, finalmente felice, con sollievo, come se per tutta la serata non avesse desiderato altro che recarsi proprio lì. “Ove un’innamorata sosta pensando all’amato, lì si respira ciò che non scorre e che sempre rimane. […] Vorrei essere pietra che il muschio ricopre e l’edera avvolge e così starmene, ed insieme giammai rinuncerei, seppur da fuori e da lontano, al caldo sospiro di un’amante che rivolge il proprio pensiero al proprio amato; non importa chi gioisce, solo che vi sia gioia. […] nulla può ripetersi se non ciò che rimane. (p. 11)
I nomi non sono per nulla importanti perché “non importa chi gioisce,
solo che vi sia gioia”, ciò che importa non è il “chi” ma
è il “qualcosa”, perché, dal punto di vista dell’eterno,
la presenza di “qualcosa” non resta mai confinata in un qualche limite.
Dal punto di vista dell’eterno la gioia (l’amore, il piacere, la visione…
ecc.) è sempre gioia (amore, piacere, visione… ecc.) del tutto,
essa non può mai essere “localizzata” perché nell’eterno
tutto partecipa di tutto. Per questo il lato temporale è irrilevante
e, dunque, il racconto va colto in modo sincronico, cioè tentando
di percepire le varie scene non come fossero una sequenza, ma come se
fossero un accadere organico e simultaneo.
Il tema è affascinante, soprattutto perché, se da un lato
è abbastanza semplice intuire in che modo può esprimersi
il lato emotivo, psicologico o sensuale dell’amore; non altrettanto semplice
è intuire il modo in cui si può esprimerne il lato eterno.
Come si manifesta l’esperienza d’amore del tutto che partecipa al tutto?
Una prima risposta possibile potrebbe essere: l’esperienza d’amore, dal
punto di vista dell’eterno, si manifesta come armonia, ovvero
come perfetto accordo di una parte con ogni altra parte. Ne I due
innamorati si trovano diversi esempi che vanno in questa direzione:
un primo emerge nella già citata scena d’esordio del racconto,
la quale può essere riassunta in due sole frasi: “dove sei o mia
amata?”, “sono qui o mio amato”; l’armonia qui si manifesta come perfetto
(e continuo) corrispondersi degli amanti a prescindere dalla distanza.
Un qualcosa di simile lo esprime anche il signore durante il suo soliloquio,
proprio quando pensa che “non importa chi gioisce, solo che vi sia gioia”,
nelle sue parole non si trova traccia di invidia o egoistico di desiderio
di sostituirsi all’amato, ma è presente soltanto una gioia che
partecipa della gioia. C’è un altro episodio del racconto che mostra
un ulteriore volto dell’armonia, l’episodio è quello che descrive
un appuntamento fra i due innamorati:
[…] giunse infine allo stesso muretto sbrecciato ove poche ore prima si era intrattenuta con le amiche. […] Vi si accomodò alla meglio approfittando di una breccia e se ne rimase lì, come se fosse una parte di esso, nemmeno con l’aria di chi stia aspettando qualcuno o abbia una qualsiasi ragione, ma proprio di una che sia lì perché quello è il suo posto e non chieda altro. […] “È lui! È già ora? Sta arrivando!” sussurrò tra sé e sé mentre un fremito la attraversava tutta […] in modo furtivo e lesto scivolò dietro il muretto e tenendosi ben china si allontanò rapida per un bel tratto […] Poco dopo anche lui arrivò allo stesso punto ove lei era stata seduta, si guardò attorno, forse con sconcerto e poi, come se non avesse trovato di meglio da fare ci si accomodò a sua volta. […] Seduto, quasi comodamente come uno che nemmeno attende, piuttosto che non ha nulla da fare, che se ne sta lì e basta […] (pp. 21-23)
In questo caso l’armonia è espressa nei gesti di lui e di lei
che, in momenti diversi, compiono gli stessi movimenti, e nello stesso
luogo, qui non c’è corrispondenza solo nel sentire ma anche nello
stare (i due si accomodano sulla stessa breccia, si siedono entrambi con
la stessa aria di chi non aspetta). Per descrivere il loro corrispondersi,
nel sentire e nei gesti, si potrebbe dire, usando un unico termine: i
due innamorati danzano. Anche senza vedersi, anche senza saperlo.
Ma c’è un ultima cosa.
Se l’amore, dal punto di vista dell’eterno, si esprime come armonia, cioè
come un istante insuccessivo (che, cioè, non passa e non muta)
dove tutto è sempre coordinato col tutto, che ruolo gioca, in questo
quadro, ciascun singolo? In che modo si esprime l’amore eterno dal punto
di vista del singolo?
[…] si strinsero l’una all’altro, in unico abbraccio, non di possesso o di presa, ma di reciproco affidarsi; furono come una cosa sola; e di nuovo, ancora una volta quello parve un unico momento, lo stesso momento di un sempre che sempre era stato e mai sarebbe trascorso. […] La accolse nel suo abbraccio lasciando finalmente cadere la grande falce; ogni vincolo ad altro, seppur ci fosse stato era sciolto; erano l’una per l’altro, entrambi assieme e fuori da ogni legame, anche fra loro, soli in un unico e gratuito reciproco donarsi. (pp. 16-17)
Il lato eterno dell’amore si manifesta nel singolo come dono di sé
nel completo abbandono. La danza, in questo senso, è l’immagine
più efficace per esprimere sia l’armonia del tutto, sia
il donarsi-affidarsi del singolo, perché è armoniosa solo
la danza di coloro che affidano reciprocamente i propri movimenti a quelli
dell’altro.
L’importanza dell’amore in quanto donarsi è vitale se pensata in
maniera dialettica, cioè prendendo in considerazione il movimento
opposto: il possesso egoistico. Il dono è un affidare all’altro,
l’egoismo, invece, vuole per sé, vuole condurre a sé. L’espressione
latina del movimento egoistico è, rispetto all’amore, addirittura
illuminante: l’egoismo, il condurre a sé, è se-ducere,
seduzione.
Il problema è gigantesco perché non si tratta di affermare
banalmente che un atteggiamento è migliore l’altro, si tratterebbe,
invece, di comprendere i modi del loro rapporto, ovvero che relazione
può sussistere fra volontà di donare e di possedere, fra
sacrificio e desiderio. La complessa articolazione di questi rapporti
la si può cogliere nel finale del racconto che resta (non sappiamo
se volutamente) aperto e indeterminato, un finale che non riveliamo per
non guastare la lettura.
I due innamorati è uno scritto interessante proprio in
virtù di questo suo modo inusuale di affrontare i temi legati all’amore,
certamente lontanissimo da ciò che, comunemente, ci si aspetterebbe
da un racconto di questo tipo, tuttavia possono valere come monito queste
parole di Cristina Campo: “Tutto ciò apparirà privo di senso
a chi non abbia meditato, o respinga senza esame, la maestosa via della
contemplazione”.
Mario Enrico Cerrigone