Cahiers
de l’École cathédrale de Paris
Jacques Ducamp, Histoire de la pensée occidentale à partir des grandes philosophies, Editions Mame, Paris, 1994.
Pascal Ide, Introduction à la métaphysique , Editions Mame, Paris, 1994, (vol. I).
Abbiamo ricevuto due pubblicazioni dei Cahiers de l’École cathédrale
di Parigi che meritano di essere segnalati come testimonianza di un vivo
interesse ai problemi del rapporto filosofia-teologia, realizzato a cura
di due studiosi: Jacques Ducamp, Histoire de la pensée occidentale
à partir des grandes philosophies (Antichità e Medioevo),
e Pascal Ide, Introduction à la métaphysique (vol. I), entrambi
pubblicati dalle Editions Mame, Paris, nel 1994.
Non intendiamo impegnarci qui in un’analisi completa, anche perché
i due libri in esame rappresentano solo una parte dell’opera dei due autori,
destinata a completarsi in futuro. Tuttavia merita di essere segnalata,
di J. Ducamp, la rassegna che egli ha condotto sui principali esponenti
del pensiero antico e medievale, fornendo anche opportune indicazioni
bibliografiche e, di Pascal Ide, la trattazione, dopo un’accurata Introduzione
(pp. 15-52), dei problemi metafisici riguardanti “Il coglimento dell’essere”
(c. I, L’Être et sa saisie, pp. 53-86) e “I trascendentali” (c.
II, Les transcendantaux, pp. 87- 139), che costituiscono la parte prima
di una trattazione che conterrà una parte seconda, dedicata alle
suddivisioni dell’essere: atto e potenza, sostanza e accidente, essenza
ed esistenza, e una parte terza, dedicata alla “dinamica dell’essere:
partecipazione e causalità” e un ultimo capitolo su l’analogia
dell’essere.
Idealmente il volume di Ducamp, esponendo la “storia del pensiero occidentale
antico e medievale” si collega, in certo modo, a quello di Ide, in quanto
questo secondo libro presuppone conosciute le tesi essenziali dei filosofi
greci e dei pensatori medievali e prende lo spunto, per avviare la sua
riflessione sulla Metafisica, da quelle posizioni che, nella storia del
pensiero moderno e contemporaneo, figurano come prese di posizione antimetafisiche:
1) il rifiuto kantiano della metafisica; 2) le teorie empiristico-positivistiche,
3) il “vetriolo” nietzscheano (pp. 15-18).
Ide, dopo aver rilevato che il discorso metafisico va oltre il livello
delle “scienze fisiche” e anche oltre il livello astrattivo-quantitativo
delle “scienze matematiche”, occupandosi anche delle realtà non-materiali,
sulle quali si concentra la riflessione filosofica dell’uomo, dotato di
capacità conoscitiva sensibile e intelligibile, confuta le predette
“posizioni antimetafisiche”: kantiana, empiristica e nietzscheana (pp.
37-43), ma, a nostro avviso, pur avendo individuato l’aporia fondamentale
del “criticismo kantiano” nella presupposizione dualistica di “fenomeno”
e di “noumeno” (p.16), non confuta poi tale acritica “presupposizione
dualistica”, non utilizzando le motivate confutazioni formulate dall’idealismo
tedesco e, poi, dalla “fenomenologia” husserliana (contro Kant) con la
tesi essenziale della intenzionalità conoscitiva umana, tesi che
lo stesso Ide richiama quando (nel c. 2, dedicato ai “trascendentali”)
correttamente sostiene che “la verità nasce dal fatto che lo spirito
dell’uomo è aperto all’essere”, esprimendo la “circolazione” tra
l’atto d’essere e lo spirito nell’atto di conoscere, “tra l’apertura infinita
dell’intelligenza e il dono dell’essere sempre offerto” alla capacità
conoscitiva umana (cfr. p. 119).
Ide si accontenta invece, nella “risposta al criticismo kantiano” (pp.
37-40), solo di notare che tale prospettiva segnalerebbe opportunamente
un limite dell’intelletto umano e che il ricorso alla ragion pratica “è
(sarebbe!) il correlato necessario della modestia della ragione teorica”.
Tutto questo non sembra davvero in sintonia con quanto da noi desunto
da p. 119, appena citata.
Più sicura e convincente è la “risposta all’empirismo” al
quale Ide riconosce di sottolineare la “condizione incarnata” dell’uomo,
contro ogni falso “angelismo”, ma gli rimprovera poi di chiudersi, indebitamente,
negando ogni capacità di attingere livelli di sapere soprasensibile
e universale. Anche la “risposta al sospetto nietzscheano”, pur breve,
pone in rilievo la tipica concezione nietzscheana del “risentimento” come
fonte della svalutazione del cristianesimo e di ogni valutazione morale,
cui segue la negazione di ogni attingimento della verità, mentre
viene poi proposto, da Nietzsche, un esito superoministico e prometeico
che Ide si propone di esaminare successivamente.
P. Ide indica poi qui alcune “Conseguenze teologiche” (pp. 43-45) del
discorso metafisico facendo notare che la “metafisica”, mentre è
il vertice e l’esito ultimo della ricerca filosofica, è anche “il
punto di partenza della Rivelazione”, certo non nel senso che la “metafisica”
la predetermini, ma nel senso che essa porta ad una “teologia filosofica”
solo indiretta e negativa su Dio (l’indiveniente, l’infinito, l’intemporale,
ecc.), su cui però si inserisce il messaggio rivelato, come ricordava
Giovanni Paolo II, in un passo qui citato da Ide (non potendo far riferimento,
nel 1994, alla successiva enciclica Fides et ratio), in cui espressamente
si dice: “…..la conoscenza mediante la fede è diversa dalla conoscenza
puramente razionale. Tuttavia, Dio non avrebbe potuto rivelarsi all’uomo,
se questi non fosse stato già naturalmente capace di conoscere
qualcosa di vero su questa realtà” (cfr. p. 44).
Sul coglimento dell’essere e dei suoi “trascendentali”
Dopo questa “Introduzione generale alla metafisica”, seguono, in questa
“prima parte” due capitoli dedicati a: L’essere e il suo coglimento (da
parte dell’uomo) e a: I trascendentali (res, unum, aliquid, verum, bonum,
pulchrum); (pp. 53-138).
Anche qui solo alcune notazioni. Ide inizia il suo capitolo sull’essere
ponendo il rilievo ciò che non è l’essere metafisico (pp.
64-67): non è l’essere delle scienze particolari, non è
l’essere vago del “senso comune” che riduce la nozione di essere a qualcosa
di generico e di estremamente impoverito, dopo aver eliminato le qualità
specifiche di una singola cosa o oggetto conosciuti per nome (libro, pane,
casa, ecc.). L’essere non è neppure quello che taluni immaginano
al di là della “fisica”, intendendo per “metafisica” qualcosa di
indicibile, di super-essere, che sconfina nel magico o nella dissoluzione
panica.
Ide ha rilevato in precedenza che l’essere non è un “concetto”,
ricavato da non si sa quale astrazione; l’essere va connesso, secondo
Ide (che si rifà a Maritain e a Gilson) alla formulazione di ogni
“giudizio di esistenza, è correlato ad ogni affermazione di esistenza.
Non occorre però, come sembra fare Ide, (cfr. p. 57), chiedersi
quale è la “differenza tra l’essere, oggetto formale della metafisica,
e l’essere, oggetto primo dell’intelligenza (umana)”, giacchè l’essere,
oggetto della indagine metafisica, è come tale e consta come tale
all’intelligenza umana, al pensiero, se è vero, come è innegabile,
che il pensiero o è pensiero dell’essere o semplicemente non è.
Qualsiasi pensiero, anche il più svagato, anche quello presente
nel sogno, è pensiero, coscienza di qualcosa e quindi di positività,
di essere.
Non si dimentichi che Leibniz aveva detto: “ens idem est ac positivum”
e che pertanto l’essere si semantizza sempre rispetto al negativo, all’assenza.
L’essere non va, kantianamente(!) immaginato chissà dove, (appunto
come noumeno inattingibile!), ma è intimamente presente in ogni
mia esperienza. Se si ritiene che l’essere sia frutto di una intuizione
privilegiata, che trascura come non pertinente ciò che viene comunemente
esperito, si rischia di perdere, di considerare come un ni-ente ciò
che, invece, costituisce buona parte del nostro vivere (che è innegabile
testimonianza di esistenza e di essere).
Ide cita Tommaso d’Aquino (cfr. p. 54) che infatti dice: “esse…..comparatur
ad omnia ut actus; …..unde ipsum esse est actualitas omnium rerum et etiam
ipsarum formarum”. Ora se l’essere è l’atto, la realizzazione effettiva
di tutte le cose e delle stesse forme, ciò implica che l’essere
è già esperibile e conoscibile dentro tutte le res in quanto
fondamemto e attuazione delle loro talità. Nell’essere o ci troviamo
già all’inizio di ogni nostro concreto esperire e pensare, oppure
dovremo, per sempre, disperare di attingerlo. Non parlerei allora di “intuizione
metafisica dell’essere”, in contrapposto o come differenza rispetto alla
quotidiana esperienza del reale, altrimenti il reale quotidiano si configurerebbe
come….estraneo all’essere, il che è insostenibile, se non assurdo.
D’accordo dunque con ciò che dice (p. 76) Ide: “l’esistenza non
è un’essenza”, ma occorre rilevare che anche ogni essenza, ogni
talità, è un positivum, un essere, un non-niente, che qualifica
e distingue i vari enti, dotati di esistenza, e percepiti, esperiti come
tali.
L’essere, così esperito ed inteso, non è infatti un “concetto”
come gli altri (definibili per genus proximum et differentiam specificam),
ma una nozione del positivo, di tutto ciò che consta come presenzialità
ad una coscienza pensante e che si contrappone al ni-ente, sulla base
del principio di non contraddizione, che è l’unico principio di
ogni dire semantico.
Noi non possiamo, se non per distinzione logico-intellettiva, di ragione,
separare l’essere dalle diverse res esperite, in quanto le concepiamo
come dei “possibili” cui viene conferita – non certo da noi! – l’esistenza.
Tutto questo però implica un ulteriore riflessione sulla origine
degli esseri, esperiti nella loro contingenza esistenziale; riflessione
che viene solo successivamente alla istituzione della nozione di essere
come positività, (simpliciter!). Non a caso G. Duns Scoto asseriva
che: “Ens per nihil notius cognoscitur”.
Vale la pena di ricordare che Aristotele aveva detto: “L’essere si dice
in molti modi”, ma tutto questo non elimina, anzi conferma, che l’essere
è la “positività” di quei “molti modi”. E’ vero dunque che
l’essere si manifesta in un’asserzione di esistenza, ma chi pronuncia
questa asserzione deve applicare a sé questa asserita esistenzialità.
Cartesio diceva: sum res cogitans, e mostrava concretamente la coincidenza
di pensiero e di essere, già intravista da Parmenide e poi rimeditata
dal pensiero greco.
E’ vero che gli “etants ne sont pas l’être” (cfr. Ide, p. 78), ma
non mi pare che si debba dire, per questo, che “l’essere non è
mai dato (donné) nella sua purezza (pureté)”, giacchè
noi non abbiamo possibilità di esperire l’essere, scisso da una
determinazione. Anche l’Essere divino ha la determinazione di infinito,
rispetto agli esseri finiti che noi esperiamo. G. Duns Scoto diceva infatti
che l’essere si suddivide fontalmente in finito e infinito e non è
indicazione di poco conto!.
Quanto al paragrafo su “L’essere e l’esistenza di Dio (pp. 81- 84, nel
libro di P. Ide), è giusto rilevare che Tommaso d’Aquino era contrario
al famoso argomento ontologico perché “l’esistenza di Dio non è
per noi evidente, ma operata mediante una inferenza” (p. 81).
Anche J. Ducamp, nel citato libro sulla Storia del pensiero occidentale
(antico e medievale), quando espone il pensiero filosofico di Tommaso
d’Aquino (pp. 59-63) fa rilevare che, per l’Aquinate (e per Aristotele),
Dio è conosciuto dall’uomo attraverso quanto Egli ha posto in essere,
partendo sempre dal basso, cioè dalle realtà da noi conosciute,
mentre s. Anselmo attua un cammino inverso: partendo da una supposta conoscenza
di Dio come “Essere perfettissimo”, ne afferma l’esistenza (v. p. 61).
Non parlerei pertanto, come fa Ide, di una “prova prefilosofica” che si
fonda sul coglimento dell’essere (sur la saisie de l’être), sulla
scorta di intuizioni dell’essere (pp. 81-82), giacchè questo intuizionismo
dell’essere non garantisce affatto, né fonda, una reale trascendenza
dell’Essere assoluto, trascendenza ontologica che è invece garantita
dalla inferenza ontologica di un “Assoluto indiveniente” (Causa prima
incausata), operata appunto mettendo a tema la realtà degli esseri
divenienti e quindi visti bisognosi di un loro fondamento originario che,
liberamente, li pone in essere, per donazione di esistenza, con un piano
creativo che sta a fondamento della intelligibilità delle singole
res che noi conosciamo concretamente.
Pertanto “Il fondamento della dimostrazione dell’esistenza di Dio è
dunque Dio come sorgente zampillante di essere” (v. p. 83), ma attinto
attraverso una inferenza teoretica, a partire dai divenienti, e non per
una “intuizione dell’esistenza” dell’Essere assoluto, “intuizione”, che
non garantisce, a nostro avviso, una sicura trascendenza ontologica e
che è esposta a interpretazioni panenteistiche, difficilmente oppugnabili.
Su queste questioni vale la pena di giungere a dei chiarimenti, nelle
ulteriori “parti” che dovrebbero seguire a questa “prima parte”, intitolata
da Pascal Ide: L’amour des sommets.
Angelo Marchesi