logo Istituto Filosofico di Studi Tomistici

Franco Manni,
Lettere a un Amico della Terra di Mezzo

Franco Manni, Lettere ad un Amico della Terra di Mezzo, Simonelli Editore, Milano, 2006.

CONTENUTO.
“Questo è un libro di Etica Filosofica, non accademico e non specialistico, che si indirizza a persone riflessive e di cultura media”: sono queste le righe con cui si apre il volume, le quali ci offrono in sintesi le informazioni necessarie per intraprendere la lettura del testo. Dopo un breve premessa, il testo di divide in quattro parti:
- Parte prima: Virtù Attive. 1. Prudenza, 2. Giustizia, 3. Forza, 4. Temperanza, 5. Umorismo
- Parte Seconda: Il Male. 1. Variazioni, 2. Temi, 3. Problemi, 4. Reazioni
- Parte Terza: Virtù Contemplative. 1. Meraviglia e curiosità, 2. Natura della Fantasia, 3. Le risorse della Fantasia, 4. Gli eroi della fantasia, 5. Scenario della fantasia
- Parte quarta: Solitudine e compagnia. 1. Natura del rapporto interpersonale, 2. I quattro stadi di solitudine e compagnia, 3. Tipologia del rapporto interpersonale, 4. L’azione buona
- Parte Quinta: L’idealismo. 1. Superamento del dualismo, 2. Le qualità dello spirito, 3. Le attività dello spirito, 4.Lo spirito malato e lo spirito sano

Come si può evincere già dal sommario, la quantità di temi trattati è vastissima, e l’autore si cimenta a esaminare ogni singolo argomento con un linguaggio colloquiale e sempre rivolto direttamente al lettore. Pur non essendo volutamente un libro accademico, ne trapela egualmente la grande competenza dell’autore, rinomato esperto tolkieniano, ma che ha solidissimi studi filosofici e teologici alla base delle sue riflessioni., Ogni tematica viene infatti spiegata a analizzata ricorrendo non solo appellandosi a pensatori classici (Aristotele, S. Tommaso, S. Agostino, Croce, per ricordare i più presenti), ma prendendo interessanti spunti dai personaggi che animano le vicende de Il Signore degli Anelli.

PREGI.
Ho letto il volume con un misto di sorpresa e ammirazione. La sorpresa mi è stata procurata soprattutto dallo scoprire le tante affinità culturali che mi trovo a condividere con Manni: la passione per la filosofia e la teologia, in particolare per Aristotele e Tommaso; l’ammirazione per Tolkien e la sua opera; il rifiuto dello stile accademico, capace di far perire sotto i colpi di pesanti citazioni e sconfinate bibliografie gli autori più vitali; la ricerca di una modalità di scrittura che sappia far apprezzare a chiunque la bellezza della riflessione filosofica. Nonostante, o meglio, grazie a questo stile colloquiale le riflessioni di Manni non sono affatto semplicistiche, e meriterebbero un’analisi ben più approfondita. Vorrei qui ricordare solo alcuni esempi che dovrebbero darci un’idea della non-banalità del contenuto del saggio: l’ira sotto certi aspetti viene apprezzata, sulla scorta di Aristotele e Agostino, come una virtù positiva (p. 50); Ghandi è portato come esempio di autentica forza (p. 54), il dualismo platonico viene rigorosamente criticato (p. 58); si offre un’approfondita disamina del tema della solitudine e della compagnia (pp. 228 sgg). Particolarmente condivisibili sono poi i consigli per far filosofia che ci propone dell’autore (pp. 160-161), e che volentieri riportiamo: accedere direttamente ai classici, avere un interesse autonomo di ricerca, criticare i luoghi comuni e, soprattutto, confrontare i concetti col vissuto.

Sul piano squisitamente filosofico, mi pare che il “momento” più alto sia raggiunto da Manni nell’accuratissima analisi del problema riguardante la possibilità di fare volontariamente il male in connessione col tema dell’unicità dell’essenza umana (p. 122 - 134). L’autore si dimostra qui particolarmente coraggioso nel riproporre sostanzialmente l’impostazione tomista, secondo la quale il male si fa solo per ignoranza e ?sub specie boni”. In quest’ottica vi sono solo quattro possibili figure morali disposte secondo una minor/maggior bontà: l’intemperante, l’incontinente, il continente, il temperante. SI passa poi a fondare l’unicità del bene che a sua volta trova il suo fondamento nell’unicità della natura umana. Molto profonda è poi la proposta dela lotta (o sforzo morale) come unica reazione corretta di fronte al male, la quale si differenzia dai due estremi errati (l’apatia e lo sfogo) (p. 135 sgg.).

Altro pregio del libro, graditissimo agli appassionati tolkieniani, è l’esemplificazione particolarmente azzeccata delle virtù tramite i personaggi principali del Signore degli Anelli. Mi piace qui ricordare: Gandalf come esempio di prudenza (p. 25), Sam come personificazione della fedeltà (p. 147), il popolo degli Hobbit come simbolo dell’ignorante attuale e sapiente potenziale (p. 159) e, infine, una rivalutazione della fantasia come attività contemplativa (p. 170 sgg).

LIMITI.
Più limiti, parlerei di esplicite scelte dell’autore, che inevitabilmente sconteranno gli studiosi professionisti. Lo stile volutamente non accademico porta infatti l’autore a non indicare con precisione i luoghi precisi delle opere dalle quali attinge le proprie idee. Forse un apparato di riferimenti messo alla fine del testo avrebbe accontentato anche coloro che hanno esigenze di studio più “tecniche”.

Claudio Antonio Testi

chiudi finestra