Michel
Henry,
Incarnazione. Una filosofia della carne
Michel Henry, Incarnazione. Una filosofia della carne , SEI, Torino, 2001.
Michel Henry è un grande filosofo francese di orientamento
fenomenologico di matrice cristiana che ha sviluppato una propria originale
e inconfondibile visuale teoretica. Lo scopo di Incarnazione è
appunto la chiarificazione filosofica dell’essere-carne, difatti il punto
di partenza della sua profonda speculazione filosofica è, appunto,
la sceverazione critica, di tipo husserliano, tra Leib e Koerper identificando
appunto la carne colla dimensione del Leib irriducibile al piano della
Gegenstaendlichkeit (oggettività) nella quale è confinato
il corpo ‘cosale’: in ultima istanza è solamente la carne che ci
permette di cogliere il corpo ‘cosale’ del mondo d’esperienza. Ed è
proprio la riflessione speculativa sul Leib come carne, corpo soggettivo,
parte costitutiva della filosofia quale meditatio vitae che focalizza,
appunto, la Vita come immanenza assoluta ed al tempo stesso assoluto fenomenizzarsi
delineando una filosofia dell’immanenza intesa come fenomenologia dell’invisibile.
Difatti tutto il pensiero filosofico occidentale da Platone a Kant a Husserl
(linea di pensiero che nell’incarnare il Logos occidentale Henry definisce
come monismo ontologico) pone un connubio teoretico inscindibile tra alhqeia
e jainesqai ma ponendo tale fenomenizzazione nell’esteriorità,
in un orizzonte di senso di visibilità. A tale ottica Henry oppone
una visione teoretica della dimensione veritativa incentrata sul jainesqai
della vita stessa nella sua immanenza che è sostanzialmente pathos,
affezione patica che non appare nel senso di visibilità del mondo
e che si appercepisce, appunto, sul piano del vivere, del Leib, della
carne appunto. Ecco perché si può parlare di una fenomenologia
dell’invisibile in quanto la vita appunto non tollera alcun iato ontologico
tra l’essere e il suo manifestarsi, essa non si distanzia da se medesima,
essa si differenzia da quella distanziazione di sé che costituisce
la condizione di possibilità dell’esteriorità fenomenica,
del dehors, dell’orizzonte stesso di visibilità nella sua ‘trascendenza’
ed oggettivabilità. Ecco perché Henry rispetto alla fenomenologia
trascendentale husserliana riguardata come angolazione teoretica interna
al Logos o monismo ontologico occidentale (di cui costituisce una propaggine)
può parlare di un vero e proprio rovesciamento della fenomenologia
al quale è dedicato, appunto, la prima parte del suo saggio. Rovesciamento
perché appunto la Vita nel suo assoluto manifestarsi ci pone di
fronte a quella materia fenomenologica costituita dalla ‘autoaffezione’
immanente che è la carne nei termini di una radicale fenomenologia
dell’invisibile, il jainesqai invisibile della vita stessa nella sua assoluta
immanenza. Già da ora tuttavia possiamo anticipare come, a nostro
avviso, tale rovesciamento più che la confutazione teoretica della
fenomenologia trascendentale ne rappresenta la coerente radicalizzazione
e quindi il suo autentico inveramento. Due considerazioni ci sembrano
opportune a questo proposito. Nel par. 44 delle Meditazioni Cartesiane
si sostiene che nella riduzione fenomenologico-trascendentale sul piano
della sfera della cosiddetta appartentività, come residuo fenomenologico
ultimo, non ulteriormente epochizzabile, è enucleabile il Leib,
da sceverarsi criticamente dal Koerper ‘cosale’ e mondano che cade sotto
i colpi dell’epochè. Ne consegue che alla coscienza trascendentale
pura quale assoluto ontologico-fenomenologico che “nulla re indiget ad
existendum” nella sua apodittica evidenza è co-strutturale l’incarnazione
in quell’a-priori originario costituito dal Leib nei termini di una inobiettivabilità
dello stesso io puro come vita immanente. Inoltre come seconda considerazione
ci permettiamo di rinviare al nostro saggio Fenomenologia e linguaggio
(Barghigiani, Bologna 1997) ove non limitandoci ad una ricostruzione meramente
filologica dei testi husserliani abbiamo mostrato appunto il carattere
di inobiettivabilità dell’io puro nella sua dimensione intenzionale
che rende possibile che eccedendo ontologicamente l’orizzonte di senso
di visibilità del mondo nel suo carattere reificato viene a delineare
appunto una fenomenologia dell’invisibile, del jainesqai del non-manifesto
o potremmo anche dire della vita immanente che sfugge ad ogni riduzione
mondana. Ma ritorniamo ora al discorso di Henry. E’ evidente da quanto
detto che al rovesciamento della fenomenologia seguirà come seconda
parte una fenomenologia della carne ed evidentemente la chiarificazione
filosofica della tematica della carne non può non venire a focalizzare
l’assunto-base del Prologo giovanneo secondo il quale il Verbo si è
fatto carne. Così la speculazione filosofica su di una base di
carattere razionale focalizza la ’costellazione di problemi’ che sono
connessi all’Incarnazione del Cristo, al significato dell’incarnarsi al
quale Cristo si è sottoposto liberamente. Il punto cruciale è
dato dagli ineludibili quesiti: che cos’è la carne per essere rivelazione?
E che cosa deve essere la rivelazione per effettuarsi come carne? Questo
saggio teoretico è la risposta a tali quesiti attraverso una analisi
fenomenologica di grande valore speculativo sulla nostra condizione incarnata.
La terza parte del saggio riguarderà quindi la fenomenologia dell'Incarnazione
la salvezza in senso cristiano. Noi sottoporremo quindi ad attenta disamina
critica il saggio teoretico di Henry secondo la sua interna scansione.
Partiamo dunque dalla parte prima costituita dal rovesciamento della fenomenologia
effettuata da Henry. Henry parte dalla constatazione incontrovertibile
che l’oggetto della fenomenologia non è costituito da quanto appare
nel suo contenuto ontico particolare e specifico (“das was sich zeigt”)
ma dallo stesso jainesqai essendo la fenomenologia appunto logoV del jainesqai,
degli oggetti nel ‘come’ del loro darsi intuitivo (“Gegenstaende im wie”)
ed è appunto a proposito di tale jainesqai che la fenomenologia
rivela il proprio tallone di Achille. “La sua immensa debolezza è
data appunto dalla sua indeterminazione fenomenologica profonda. Essa
consiste nel nominare l’apparire senza dire in che consista, come appaia,
senza risalire all’istanza che, in se stesso gli permette d’apparire,
senza riconoscere la materia fenomenologica pura di cui deve essere costituito
ogni apparire nella misura in cui si dice che è esso ad apparire”
(pp.33-34). Henry sottopone difatti a disamina critica la concezione husserliana
dell’intenzionalità fenomenologica implicata nel principio cardine
zu den Sachen selbst, la fenomenicità è attivata difatti
dal dinamismo intenzionale della coscienza nella sua struttura ontologico-fenomenologica
che si trascende nel proprio correlato intenzionale come trascendenza/immanenza
gnoseologica, quale alterità di coscienza. Così l’ob-jet
o Gegen-stand costituisce l’orizzonte di senso di visibilità che
comporta una distanziazione critica in cui è reso visibile tutto
quanto può divenire per noi visibile rispetto allo sguardo intenzionale
che attiva lo stesso fenomenizzarsi dell’essere. Ora si domanda Henry
quell’intenzionalità fenomenologica deputata alla rivelazione di
ogni essente mondano come suo correlato noematico come si rivela a se
stessa? Grazie ad un nuovo dinamismo intenzionale polarizzato verso se
stessa? Ma in tal guisa il problema non si ripropone determinando un regresso
all’infinito? Oppure bisogna ammettere una altra modalità rispetto
allo sguardo intenzionale la cui fenomenicità non è più
quella dell’esteriorità fenomenica? Ovviamente è verso questa
soluzione che si orienta Henry onde la fenomenologia trascendentale husserliana
si invischia in una insolubile aporeticità in quanto confinata
in un mero esperire il mondo oggettuale nella sua trascendenza. “Se l’intenzionalità
è incapace di assicurare essa stessa la propria promozione nella
condizione di fenomeno, se il principio della fenomenicità le sfugge,
in questione è la possibilità stessa della fenomenicità
in generale. Ciò che è visto può ancora essere visto
se la visione stessa sprofonda nella notte e non è più nulla?”
(p.43). Sennonché come dicevamo questo rovesciamento è in
realtà una radicalizzazione della stessa fenomenologia trascendentale.
Come abbiamo mostrato in Fenomenologia e linguaggio difatti la coscienza
è trasparenza intenzionale nella sua intenzionalità fenomenologica
polarizzata verso il proprio correlato noematico nel senso che nel tematizzare
il proprio correlato intenzionale non è visibile a se stessa pur
essendo incontrovertibilmente presente (è coscienza di sé
perché una coscienza incosciente è un assurdo ma senza tematizzarsi
come oggetto di se stessa, si può pensare per analogia alla coscienza
non tetica di sé del cogito preriflessivo in Sartre nell’ Essere
e il nulla) onde la immanente condizione di possibilità dello sguardo
intenzionale è proprio la inobbiettivabilità della stessa
coscienza pura che proprio in quanto radicalmente inoggettivabile rende
trascendentalmente possibile lo stesso sguardo intenzionale attivante
la fenomenicità. In tal guisa la condizione trascendentale della
intenzionalità fenomenologica è proprio una fenomenologia
dell’invisibile che rende possibile ogni orizzonte visibile di senso ed
è indifferente definire questo orizzonte ultimativo di senso io
puro o vita immanente proprio in quanto si tratta di una dimensione invisibile
nel suo fungere costitutivo presente nella sua inobiettivabilità:
si tratta semplicemente di chiarire come questa vita nella sua positività
non abbia un senso vitalistico o naturalistico confinato nel piano reificato
del mondano proprio in quanto vita trascendentale data a se stessa quale
possibilità di de-reificazione della sfera mondana stessa. Con
queste precisazioni filosofiche perciò la fenomenologia dell’invisibile
da noi enucleata presenta una indiscutibile affinità con il discorso
di Henry come filosofia della vita che mantiene la sua valenza trascendentale
senza cadere nel naturalismo teoreticamente ingenuo. Ma ritorniamo ora
al discorso di Henry. Henry ritiene che si possa parlare di una crisi
della fenomenicità in Heidegger. Heidegger sostituisce la nozione
tradizionale di tempo colla temporalizzazione della temporalità
(“die Zeitigung der Zeitlichkeit”) nella quale si attua l’apparire del
mondo ovvero la sua presenza alla realtà umana, il suo Da-sein.
“ E’ così riaffermata con una forza e una chiarezza esemplari l’identificazione
del fenomeno più originario della verità con l’apparire
del mondo, assieme ad una descrizione molto precisa del modo in cui tale
apparire appare come l’ek-stasi del “fuori di sé” che, insieme,
“sono” mondo e tempo.”(p.45). In tal guisa si attua una differenza tra
quanto appare e l’orizzonte di visibilità in quanto appare ovvero
l’apparire in quanto apparire mondano nel cui ambito appare ciò
che appare ed evidentemente l’apparire è da un lato indifferente
a quanto si rivela come è impotente ad attribuirgli l’esistenza
reale, in quanto la rivelazione fenomenologica apre ma non pone in essere
ciò che appare nel suo contenuto specifico. In tal guisa sorge
una inevitabile aporia: se l’apparire del mondo in quanto apparire è
intrinsecamente impotente a porre in essere ciò che appare il problema
è, appunto, di spiegare la genesi di quest’ultimo. Ecco che si
presenta in tal guisa il problema dell’impressione e del suo statuto fenomenolologico
come dimensione fondativa del reale. Henry sottopone a disamina critica
l’intenzionalità husserliana e l’impressione. In tal guisa si mostra
che il contenuto ontico, wirklich seiend, del mondo sensibile non dipende
dalla struttura fenomenologica dell’intenzionalità ma dalla materia
fenomenologica costituita dalla stessa realtà impressionale. Sennonché
per il terreno fortemente aporetico e problematico in cui Husserl viene
a trovarsi tende poi a trascendere la stessa sceverazione critica tra
stato iletico non intenzionale e l’atto noetico-intenzionale a favore
della stessa impressione come materia fenomenologica sostenendo che pure
l’elemento noetico-intenzionale sarebbe della stessa essenza onde tale
impressione come materia fenomenologica dell’atto noetico-intenzionale
renderebbe possibile la rivelazione di tale dinamismo intenzionale medesimo.
Ma tale terreno aporetico rende possibile senza sosta un nuovo slittamento
semantico in base al quale lo strato iletico della coscienza non costituirebbe
la materia fenomenologica dell’atto intenzionale come rivelazione primitiva
ed originaria della stessa attività intenzionale: tale materia
di per sé cieca ed indeterminata (come le iintuizioni kantiane
senza i concetti puri) acquisirebbe intelligibilità solo grazie
alla intenzionalità fenomenologica stessa, come forma dell’atto
conoscitivo, come puro ‘sguardo intenzionale’ sul dato ontico bruto ed
opaco non intenzionale. Con molta finezza critica e sulla base di un’acribia
filologica notevole Henry vuole evidenziare il terreno fortemente aporetico
in cui Husserl si muove come attestato dalle oscillazioni semantiche scaturite
dal dover compossibilizzare nell’atto conoscitivo elementi, tutto sommato
eterogenei, quali lo strato iletico e l’intenzionalità fenomenologica
quale forma dello stesso dinamismo conoscitivo intenzionale. Ecco che
radicalizzando la sua analisi critica sottoponendo a disamina le husserliane
Vorlesungen zur Phaenomenologie des inneren Zeitbewusstseins del 1905
Henry vuole mostrare che in Husserl si ha la distruzione di ogni materia
impressionale nell’orizzonte di visibilità dell’esteriorità
fenomenica ove tutto è esteriore a se stesso e ove, appunto, ogni
autoimpressionalità fenomenologica è esclusa di principio.
Henry pone in evidenza il carattere ek-statico e nullificante del tempo
nell’analisi husserliana della ritentio, protentio e praesentatio che
com’è noto, nella continuità fenomenologica dell’ Erlebnisstrom
di coscienza, costituiscono il worueber il cosiddetto tema presente. Nello
slittamento dell’impressione fuori di sé nella ritenzione dell’
Erlebnisstrom di coscienza si ha la distruzione dell’impressione nella
sua ‘vivacità’ originaria nel non-essere-più; ma anche il
nunc attuale che ci dovrebbe far fruire della impressione nella sua originarietà
si rivela un mero limite ideale in fondo un non-essere sospeso tra il
non-essere-più del passato e il non-essere-ancora del futuro per
la struttura ek-statica e nullificante della temporalità. Evidentemente
Husserl ha cercato di sfuggire al terreno aporetico della sua analisi
enucleando nell’Erlebisstrom di coscienza ciò che sfugge alla fluidità
eraclitea dell’esperienza stessa ovvero la sintesi intenzionale di protentio,
praesentatio, ritentio come struttura fenomenologica a-priori di ogni
flusso coscienziale costituendo, in tal guisa, come tempo apodittico immanente,
la genesi di ogni esteriorizzazione fenomenica, di ogni fuori di sé
che costituisce l’orizzonte di senso tridimensionale del tempo e del mondo
nel suo manifestarsi. Ovviamente Henry pone in evidenza come la forma
dell’Erlebnisstrom sia vuota (come i reine Begriffe o concetti puri kantiani
senza intuizioni) ed impotente nel produrre lo specifico contenuto ontico
della materia impressionale che si squaderna nell’Erlebisstrom coscienziale
medesimo. “Poiché debbono il loro apparire alle intenzionalità
che compongono la struttura formale del flusso tutte queste impressioni
sono ugualmente irreali: le fasi future o passate che sono ancora o già
solo non essere, la fase detta presente che è solo un limite ideale
tra due abissi del nulla” (pp. 61-62). Se dunque l’impressione nella sua
vivacità originaria non viene né dal passato né dal
futuro e neppure dal presente come limite ideale del passato e del futuro
l’aporia determina in Husserl un singolare ribaltamento in base al quale
non è la coscienza del nunc a fornire l’impressione nella sua vivacità
originaria ma viceversa è l’impressione wirklich seiend, nel suo
specifico contenuto ontico a fornire il nunc attuale che si costituisce
così attraverso la materia impressionale medesima. E’ evidente
che partendo da tali rilievi l’intendimento di Henry è di polarizzarsi
dalla fenomenologia dell’impressione di carattere husserliano ad una fenomenologia
della vita nel senso summenzionato. Prima di proseguire tuttavia l’analisi
di Henry faremmo qualche rilievo in favore di Husserl, sia pure nella
forma di una filosofica ‘discordia concorde’ rispetto all’analisi critica
di Henry. L’intendimento di Husserl in tali Vorlesungen non sembra essere
tanto la distruzione dell’impressione originaria del ‘fuori di sé’,
nell’esteriorità fenomenica ove tutto è esteriore a sé
- secondo la specifica operazione ermeneutica di Henry - quanto piuttosto
la distruzione fenomenologica del tempo matematico cronometrabile degli
orologi, concepito come successione omogenea di istanti trapassanti dal
non-essere-più al non-essere-ancora, temporalità non apoditticamente
evidente proprio per la sua esteriorità fenomenica e il suo intrinseco
carattere nullificante rispetto al carattere apodittico del tempo fenomenologico
immanente dell’Erlebnisstrom coscienziale in cui nulla si annulla totalmente
nella continuità fenomenologica della sintesi intenzionale di protensione,
praesentatio e ritenzione. Ciò va inteso nel senso che l’impressione
originaria che pure per il proprio carattere intrinsecamente temporale
perde la propria originarietà e ‘vivacità’ impressionale
(e solo in questo senso si annulla in termini di esteriorità) modifica
in realtà intenzionalmente il proprio statuto fenomenologico dalla
originarietà alla esistenza ‘irreale’ della ritenzione, irrealtà
che in realtà non è il nihil absolutum ma appunto la traccia
mnestica intenzionale senza la quale non si darebbe la continuità
fenomenologica dell’ Erlebnisstrom coscienziale. Insomma Husserl in questo
ordine filosofico di considerazioni si pone sulla linea ‘fenomenologica’
da Agostino, colla sua distensio animi, a Bergson, con il suo concetto
di durata, ovvero del tempo immanente rivendicando la apoditticità
del tempo immanente stesso dell’Erlebnisstrom rispetto alla non apoditticità
del tempo della esteriorità fenomenica riguardante l’apparire del
mondo che ha un significato secondario rispetto al primo e da esso dipendente.
Ciò in effetti implica la sceverazione critica tra l’apparire in
quanto apparire come dimensione originaria di coscienza e l’apparire mondano
nel suo specifico e contingente contenuto ontico. Si dirà naturalmente
che ciò non risolve la aporia fenomenologica enucleata da Henry
dal momento che la forma/tempo nella sua originarietà fenomenologico-intenzionale
non può rendere conto proprio dell’esserci di tale contenuto ontico
come materia fenomenologica impressionale. Ciò è senza dubbio
vero proprio perché come abbiamo mostrato in Riflessioni critiche
sul trascendentalismo husserliano (Zara, Parma 1984) il limite della dimensione
trascendentale-costitutiva è appunto costituito dalla ineliminabile
recettività dell’elemento iletico, come contenuto ontico specifico,
come fondo o Untergrund del campo coscienziale puro senza il quale la
dimensione trascendentale-costitutiva non potrebbe essere originariamente
fungente. Ma è proprio ciò che differenzia la vita trascendentale
in senso fenomenologico dal soggetto idealistico, come autoctisi, da Fichte
a Gentile che ontoteologicamente pone ogni essente nel creativismo pensante.
Certamente quindi la dimensione intenzionale non può rendere conto
dell’esserci di tale contenuto ontico specifico, come materia fenomenologica
impressionale, ma ciò non può eludere comunque l’orizzonte
di senso della intenzionalità fungente senza la quale non potrebbe
darsi non tanto, l’esserci del contenuto ontico come materia fenomenologica
ma la sua intelligibilità costitutiva che può essere costituita
soltanto da tale dimensione intenzionale fungente concretamente. Perché
difatti tale materia fenomenologica (es. l’ascolto di una conferenza o
di una lezione universitaria) si presenta come un ordine intrinsecamente
coerente e non invece come una successione cieca e caotica di ‘impressioni’
fenomenologicamente sconnesse secondo un’ottica meramente naturalistica?
E’ solo una discriminante di natura intenzionale che può spiegare
questo altrimenti insuperabile iato ontologico tra l’apparire che fruisce
di intelligibilità e quello che ne è privo ma una intenzionalità
che non ha un significato ‘ingenuamente’ mondano ed esteriore in quanto,
per così dire, costitutivo trascendentalmente dello stesso ‘mondificarsi’
dell’essente, come sua apertura a-priori, e che presuppone appunto, come
sappiamo, l’assoluto immanente della coscienza pura, quale ‘fenomenologia
dell’invisibile’, condizione di possibilità inoggettivabile della
stessa apertura intenzionale. Con queste precisazioni non ci sembra di
contrapporci alla analisi fenomenologica di Henry proprio perché
egli ci parla sì di una affettività originaria come materia
fenomenologica di quella autorivelazione della natura stessa della vita
immanente, ma evidentemente egli attribuisce a tale dimensione una valenza
trascendentale e punto vitalistica o naturalistica malgrado le apparenze.
Ma dimensione trascendentale, comunque intesa, ed intenzionalità
costituiscono unum et idem e al di fuori di tale nesso la caduta nel vitalismo
o naturalismo ingenuo è altrimenti inevitabile. L’ambiguità
teoretica di Henry sta proprio nella non esplicitazione di tale nesso
nella misura in cui si attribuisce alla dimensione intenzionale un significato
meramente mondano ed ek-statico. Ma riprendiamo ora l’analisi del testo.
Abbiamo visto come l’Henry rinvii da una fenomenologia dell’impressione
alla fenomenologia della vita. Eloquenti sono le parole stesse di Henry
che vale riportare per esteso:
“tutte le nostre impressioni non passano forse, non si modificano continuamente,
invero non nel non essere del passato nell’istante in cui svaniscono,
ma in un’altra e sempre nuova impressione: il malessere nel benessere,
il desiderio nella soddisfazione, la fame nella sazietà, l’inquietudine
nel riposo, la sofferenza nella gioia, la disperazione nella beatitudine[…]
qual è l’origine dell’impressione se non è essa stessa,
se nessuna impressione può addursi da sola nella condizione che
le è propria, questo frammento di carne impressionale che si modifica
continuamente e si trasforma non nel nulla ma in una modalità nuova,
sempre presente, di questa stessa carne? Origine in fenomenologia designa
l’origine dell’essere, il suo principio, ciò che lo fa essere ed
essere quello che è. L’origine dell’essere è l’apparire.
L’origine dell’impressione è il suo apparire, un apparire tale
che tutto quanto si rivela in esso accade come frammento o momento sempre
presente e reale della carne impressionale di cui parliamo. Non l’apparire
del mondo, il cui “fuori di sé” esclude a priori la possibilità
interna di ogni possibile impressione, ma l’apparire della Vita che è
la Vita stessa nella sua fenomenizzazione originaria ! (p.66)
In tal modo, la passività originaria dell’autoimpressionalità
fenomenologica attinge la sua realtà dal lebendige Gegenwart (presente
vivente), tale passione è radicata nell’Affettività trascendentale
come viene definita da Henry. “La vita si prova in un pathos, in una affettività
originaria e pura che chiamiamo trascendentale poiché è
essa in effetti che rende possibile il provarsi stesso senza distanza
nell’inesorabile subire e nell’insuperabile passività di una passione.
L’autorivelazione della vita si compie in tale Affettività e come
Affettività” (p.71). Ciò che non ci trova consenzienti è
il ritenere tale passività originaria incompatibile per principio
con la dimensione intenzionale che noi riteniamo già operante nella
forma di un’anonimia fungente (ovvero una soggettività non ancora
cosciente di sé in quanto tale) non tematizzata come tale ma nondimeno
concretamente operante. E’ questa dimensione intenzionale latente che
assicura il continuum dell’Erlebnisstrom , un io che non è ancora
assurto alla consapevole tematizzazione di sé in un significato
trascendentalmente purificato rispetto ad ogni sua riduzione mondana ed
esteriore alla quale Henry pare limitarsi. L’attribuire la fondazione
di tale continuum alla ‘carne vivente’ secondo la terminologia di Henry
è in realtà un inconsapevole riferimento a questa dimensione
intenzionale latente-e-sempre-operante antecedente al dispiegarsi esplicito
del logos categoriale, come ragione precategoriale incarnata nel Leib
cioè, appunto, l’intenzionalità correttamente intesa al
di fuori di ogni significato ingenuamente mondano ed esteriore. L’analisi
di Henry è tesa invece a mostrare il carattere di astrattezza della
fenomenologia trascendentale husserliana rispetto ad una corretta indagine
fenomenologica della vita nella sua concretezza. Si tratta quindi di seguire
dettagliatamente, data la pregnanza teoretica del discorso, il suo iter
filosofico a questo proposito. Egli effettua una attenta disamina critica
del razionalismo cartesiano e pone in evidenza il carattere fallace dell’ermeneutica
husserliana del cogito cartesiano. Nella disamina critica del razionalismo
cartesiano Henry pone giustamente in rilievo come il dubbio metodico cartesiano
del de omnibus dubitandum est sia il deprezzamento dell’apparire del mondo
nell’investire, come dubbio iperbolico, il complesso delle stesse verità
sensibili ed intelligibili, a favore dell’apparire originario costituito
dalla cogitatio come evidenza apodittica autorivelantesi, assolutamente
incontrovertibile. Non solo ma Henry estende la sua analisi alle stesse
Passioni dell’anima di Cartesio evidenziando lo iato tra l’apparire del
mondo e l’apparire fenomenologicamente originario, dal momento che mentre
il vedere mondano è suscettibile come vedere ek-statico, di problematizzazione
critica senza contraddizione, il vedere originario di un qualsiasi contenuto
fenomenologico quale la tristezza, l’angoscia ecc. si presenta come apoditticamente
evidente e non suscettibile di scepsi la cui applicazione implica contraddizione
e l’assenza di ogni vero significato fenomenologico. Ciò non toglie
naturalmente dal punto di vista dell’Henry che Cartesio non sia pervenuto
alla chiara enucleazione della cogitatio come vita patica proprio per
la connessione che egli poneva tra la dimensione affettiva e la corporeità.
In base al dualismo metafisico della res cogitans e della res extensa
Cartesio relegava il corpo nella dimensione della res extensa sulle orme
di Galilei onde per il nesso affettività/corporeità egli
non poteva che arretrare di fronte al principio della appartenenza della
dimensione affettiva alla cogitatio e a fortiori non poteva pervenire
alla enucleazione della dimensione dell’Affettività trascendentale
come immanente condizione di possibilità della cogitatio stessa,
quale materia fenomenologica autoimpressionale della autorivelazione della
vita stessa. Cartesio in fondo – sembra dirci Henry - ha avuto una duplice
funzione di scopritore ed occultatore della verità della vita e
la coerente radicalizzazione critica della sua posizione filosofica è
appunto la chiara esplicitazione della Affettività trascendentale
come piena coincidenza fenomenologica di verità e vita. Da qui
egli innesta la sua critica alla fallace ermeneutica husserliana del cogito
cartesiano. Prendendo in considerazione le Vorlesungen del 1907 (che com’è
noto assieme alle Vorlesungen del 1905 scandiscono il passaggio dalla
fase oggettivista-dogmatica delle Logische Untersechungen alla svolta
trascendentalista successiva) l’Henry pone in evidenza come Cartesio in
realtà scredita la clara et distincta perceptio come verità
‘mondana’ suscettibile di scepsi e non autofondativa teoreticamente mentre
nella ermeneutica husserliana del cogito cartesiano fallacemente la clara
et distincta perceptio assurge alla funzione di autorivelazione della
cogitatio stessa prendendo surrettiziamente il ruolo di fondazione epistemica
assolutamente apodittica. Certamente dal punto di vista storiografico
e filologico la critica di Henry è formalmente ineccepibile ma
bisogna, a nostro avviso, tenere presente che in realtà Husserl
nella analisi delle grandi filosofie sistematiche del passato non è
mosso da un interesse meramente storico, ma teoretico dal quale dipende
una specifica operazione ermeneutica e nelle Vorlesungen prese in considerazione
da Henry il punto di vista husserliano non fruisce ancora evidentemente
della maturità filosofica delle opere successive, dalle Meditazioni
Cartesiane alla Crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale
dalle quali non si può prescindere se non si vuole limitare indebitamente
la sua ottica teoretica. Così nella Introduzione alle Meditazioni
Cartesiane Husserl sostiene che la fenomenologia trascendentale costituisce
un razionalismo neocartesiano benché in virtù del proprio
radicalismo critico si trovi costretta a negare quasi tutto il contenuto
dottrinario comunemente noto della speculazione filosofica cartesiana.
Husserl non intende certo effettuare una mera ricognizione storiografica
del pensiero filosofico dello scrittore francese del Seicento, egli si
appella allo spirito profondo, alla intenzionalità profonda soggiacente
alla costruzione teoretica delle Meditationes de prima philosophia, la
cui ripresa ed approfondimento critico non può non portare al trascendimento
del contenuto ideologico proprio della filosofia cartesiana onde realizzare
quello svolgimento critico radicale dei motivi cartesiani che costituisce
la via d’accesso alla fenomenologia trascendentale. Il limite del razionalismo
metafisico cartesiano, dal punto di vista husserliano, è l’antinomia
immanente che lo caratterizza, il conflitto tra le due anime del trascendentalismo
implicito e dell’obiettivismo fisicalistico che lo mina. Vale a dire il
cogito che de iure è da intendersi correttamente come puro io trascendentale
è di fatto obliterato da Descartes il cui dubbio metodico avrebbe
dovuto escludere ogni esteriorità obiettiva del mondo dato nel
suo essere prefenomenologico onde sviluppare una pura soggettività
filosofante affrancata da ogni aggancio mondano, mentre il cogito viene
ad essere surrettiziamente assunto da Cartesio come assioma apodittico
quale fondamento di una catena deduttiva che va dalla res cogitans alla
esistenza della trascendenza divina (grazie all’argomento ontologico)
e sul fondamento metafisico della veracità divina alla garanzia
della stessa validità di ogni clara et distincta perceptio (principio
stesso di evidenza) e della esistenza della natura obiettiva nel dualismo
ontologico di res cogitans e res extensa. Husserl riconosce così
a Cartesio il merito di avere effettuato la scoperta filosofica del cogito,
ma il suo limite, a cagione del soggiacente pregiudizio naturalistico/matematico
(il “verhaengnisvolles Vorurteil”) sta nel non averne colto il senso realmente
autentico bloccandone la valenza trascendentale in essa implicita. E’
evidente quindi che il conflitto latente tra il trascendentalismo implicito
e l’obiettivismo fisicalistico che Husserl vede in Cartesio si può
spiegare solo sulla base dell’intento teoretico husserliano di fissare
una discriminante fenomenologica tra l’apparire originario come evidenza
apodittica e l’apparire mondano sprovvisto di tale carattere, discriminante
che non troverebbe in Cartesio una effettiva radicalizzazione critica,
malgrado le apparenze contrarie. Si può vedere, a questo proposito,
come l’intendimento husserliano sia l’enucleare il carattere apodittico
delle pure cogitationes quale emerge dalla riduzione fenomenologico/trascendentale
distinguendolo dal carattere non apodittico della evidenza del Da-sein
del mondo nel par.7 delle Meditazioni Cartesiane. Il punto di vista husserliano
è quindi più complesso di quanto ritenga Henry e nella sua
fase matura orientato proprio verso la discriminante fenomenologica tra
l’apparire originario come vita della coscienza e l’apparire mondano anche
se Husserl, ovviamente, non perviene fino al punto critico privilegiato
da Henry. Limitandosi alle husserliane Vorlesungen del 1907 per quanto
concerne la sua valutazione critica dell’ermeneutica husserliana del cogito
cartesiano Henry accusa la fenomenologia trascendentale husserliana di
astratto gnoseologismo, di impotenza nel cogliere nella visione dell’intenzionalità
fenomenologica la concretezza della vita reale. Questo scacco del metodo
fenomenologico secondo Henry è articolabile in due punti che ora
dovremo attentamente considerare dal punto di vista filosofico.
“il primo è il discredito da esso gettato sulla realtà della
vita che si rivela incapace di cogliere. Alla vita appartengono dei tratti
decisivi che abbiamo riconosciuto: ogni vita che prova se stessa in una
prova di sé affettiva e come tale singolare, porta necessariamente
in sé un Sé singolo, sicché è una vita singola,
quella del mio io particolare. Ciò vale di conseguenza per ogni
modalità della vita, per l’impressione più umile, nessuna
delle quali - dicevamo - potrebbe essere di nessuno. E’ proprio in tale
particolarità della vita , nell’ipseità singola dell’io
in cui essa si prova che risiede la sua realtà, o come si può
dire anche, la sua esistenza. […] Dopo la svalutazione di quel che non
si può cogliere, della vita singolare e reale che sfugge al vedere
[…] si assiste alla messa fuori gioco pura e semplice di questa vita singolare
priva di interesse scientifico. Al suo posto spunta un nuovo oggetto,
non più questa vita fatta di eventi e variabile, ma la sua essenza,
l’essenza della vita trascendentale universale. Questo è il viraggio
tematico […] il viraggio tematico, che permetterà al metodo fenomenologico
d’acquisire in assenza della vita, una conoscenza positiva di essa nonostante
la sua invisibilità, consiste proprio nella sostituzione dell’eidetismo
alle cogitationes particolari” (pp.84-87)
Questa critica di Henry manifesta la sua parziale assunzione della metodologia
fenomenologica dal momento che considera la fenomenologia husserliana
come mera scienza eidetica, come il Sartre della Trascendenza dell’ego,
mentre il discorso husserliano dalle Meditazioni cartesiane alla Crisi
delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale procede ben oltre.
Difatti per quanto concerne il primo punto della critica di Henry ad Husserl
crediamo risenta di una insufficiente considerazione del complesso rapporto
tra io trascendentale ed io empirico attinente appunto alla relazione
tra filosofia trascendentale/fenomenologica, come orizzonte epistemico
assolutamente fondante, e psicologia fenomenologica come specifica regione
dell’essente: permettendomi di rinviare ad alcuni nostri scritti il già
citato Riflessioni critiche sul trascendentalismo husserliano e il saggio
Fenomenologia e psicologia. L’inconscio e l’altro. Sviluppi teorici. (
Atque n.6 nov.1992 pp. 81-105) abbiamo mostrato il complesso rapporto
tra io trascendentale ed io empirico che è di identità ontologica
e di differenza puramente fenomenologica. Ciò appunto è
l’antitesi di un deprezzamento della vita singola, dal momento che è
proprio questa vita singola hic et nunc praesens trascendentalmente purificata
a costituire la fondazione epistemica assolutamente apodittica del reale:
com’è noto Husserl stesso sottolinea che l’io trascendentale di
Fichte non è nulla di differente dall’uomo Fichte e la stessa intersoggettività
trascendentale non è altro che la Gemeinschaft di tutti i co-soggetti
individuali intenzionalmente co-fungenti. Potremo inoltre ricordare la
pregnanza teoretica della tematica della incarnazione in Husserl che nel
par.14 di Esperienza e giudizio pone la fondazione della logica formale
nella esperienza antepredicativa degli “ultimi substrati pre-dati che
ci affettano” che sono appunto costituiti dai Leiber come oggetti individuali
i quali non escono dunque dall’orizzonte epistemico di senso assolutamente
fondante: il piano della fenomenologia della corporeità è
al contrario fondativo a differenza dell’estetica trascendentale kantiana
che presuppone tali corpi come ovvietà inquestionabili. Parlare
di gnoseologismo nell’ultimo Husserl della Krisis è senza dubbio
discutibile dal momento che è proprio la tematica fenomenologica
della Lebenswelt come dimensione precategoriale la fondazione ultimativa
quale welterfahrendes Leben (vita-esperiente-il-mondo) di valenza trascendentale/intenzionale.
Husserl non deprezza la dimensione prescientifica della vita semplicemente
nega che ad essa sia estranea la dimensione del logos immanente precategoriale
come mostra il duplice fungere della ragione. Il viraggio tematico di
Husserl di cui parla Henry scaturisce specificatamente dalla angolazione
ermeneutica della ottica teoretica di Henry stesso dal momento che è
certamente vero che non c’è in Husserl una enucleazione della vita
nella sua essenza positiva come dimensione dell’invisibile ma, come sappiamo,
la radicalizzazione critica del suo discorso non può non pervenirvi
dal momento che è proprio tale ‘fenomenologia dell’invisibile’
la immanente condizione di possibilità dell’apertura a-priori intenzionale,
dello stesso ‘mondificarsi’ dell’essente. L’ultimo Husserl, tuttavia,
adombra tale verità quando sostiene che per la definizione dell’io
puro mancano le parole, e tale ineffabilità non rimanda appunto
ad una fenomenologia dell’invisibile, alla vita come dimensione invisibile
ed appunto per ciò ineffabile? Il rovesciamento di Henry è
in fondo la radicalizzazione critica dello stesso discorso husserliano.
La seconda parte del saggio riguarda appunto la fenomenologia della carne
come dimensione invisibile, intelligibile solamente partendo dall’invisibilità
stessa della Vita immanente. Henry parte da una disamina critica della
riduzione galileiana nel senso che Galilei effettua una analisi eidetica
della corporeità decodificata nella geometrizzazione del cosmo,
geometrizzazione che lo rende intelligibile nella messa fuori gioco della
concretezza delle qualità sensibili quali modalità effettive
della nostra vita fenomenologica. Cartesio in antitesi a Galilei opera
una controriduzione nel senso che benché sia sulle orme di Galilei
nella fondazione di una nuova scienza non considera illusorio quanto Galilei
aveva bandito dalla conoscenza razionale del cosmo facendone apparenza
illusoria soggettiva; la controriduzione cartesiana recepisce positivamente
quanto la riduzione galileiana aveva escluso facendone delle cogitationes
di apodittica certezza come fondazione epistemica della stessa struttura
razionale del cosmo.
“Questo il significato della controriduzione operata da Descartes nel
momento stesso in cui fa propria l’invenzione galileiana. Non è
la verità del corpo a eliminare quella della impressione e della
soggettività in generale ma, viceversa è la certezza assoluta
della percezione soggettiva del corpo, in quanto cogitatio certa, a essere
capace di fondare la certezza dell’universo e della sua conoscenza. Sono
così poste fin d’ora le condizioni di un rovesciamento della prospettiva
aperta da Galilei, che sarà quella della scienza moderna e della
modernità tutta” (p.122)
Henry introduce così alla critica fenomenologica husserliana della
riduzione galileiana nella Krisis che come analisi eidetica della corporeità
rimuove la dimensione precategoriale della Lebenswelt da un lato mettendo
fuori gioco la soggettività trascendentale come fondazione epistemica
della nuova scienza della struttura razionale del cosmo e dall’altro lo
stesso mondo sensibile, wirklich seiend, che si riferisce in modo necessario
a tale contenuto teorico. In tal guisa siamo rimandati dal corpo sensibile
mondano sentito alla dimensione percipiente della corporeità trascendentale
del Leib quale immanente condizione di possibilità della esperienza
medesima definita da un complesso di poteri fondamentali costituiti dalle
prestazioni trascendentali dei sensi tradizionali come struttura ek-statica
del conoscere onde ciò che viene richiesto non è un’analisi
eidetica del corpo materiale ma della stessa dimensione della sensibilità
subiettiva. Evidentemente come sappiamo da quanto è stato approfonditamente
argomentato nella prima parte dell’opera concernente il rovesciamento
della fenomenologia ciò ci porta al di là dell’orizzonte
ek-statico di visibilità verso il quale l’intenzionalità
fenomenologica ci polarizza. Difatti l’intenzionalità fenomenologica
del corpo trascendentale non è a sua volta la propria immanente
condizione di possibilità ma rinvia all’autorivelazione fenomenologica
dell’intenzionalità nella stessa vita immanente quale possibilità
trascendentale ultimativa e fondante dello stesso Leib intenzionale.
“ Il corpo trascendentale che ci apre al corpo sentito, il nostro o quello
delle cose, si fonda su una corporeità molto più originaria,
trascendentale in senso ultimo, non intenzionale, non sensibile, la cui
essenza è la vita. Si tratta qui una via nuova, una via reale anche
se assai raramente battuta dalla filosofia, quella di intendere il corpo
non più a partire dal mondo, ma dalla vita”(p.136)
Evidentemente in tal guisa in una valida analisi fenomenologica l’antitesi
tra “corpo-soggetto” e “corpo oggetto” deve essere ricondotta all’antitesi
già vista tra l’apparire come tale e ciò che appare in tale
apparire ma con la precisazione, teoreticamente pregnante, che nella struttura
fenomenologica che contrappone l’apparire a ciò che in esso appare
è lo stesso ed identico apparire che opera ed effettua il potere
di autofenomenizzarsi. Sennonché il potere originario di visibilizzazione
come struttura ekstatico-intenzionale rinvia ad una corporeità
originaria invisibile che trova nella vita immanente la sua condizione
di possibilità. La vita genera la carne che ne costituisce la effettuazione
fenomenologica, la vita rivela la carne generandola onde sussiste un nesso
inscindibile tra vita e carne. Ma a questo punto si inserisce il punto
più delicato del discorso di Henry: il ‘passaggio’ da una fenomenologia
dell’invisibile nella sfera di immanenza alla trascendenza metafisica
che la rende possibile.
“Non c’è Vita senza una carne ma non c’è carne senza Vita.
Solo che tale connessione originaria e tale reciprocità, l’intimità
reciproca di Carne e Vita, riguardano una vita come la nostra solo perché,
prima di ogni possibile mondo, essa si è stabilita nella Vita assoluta
come il modo fenomenologico secondo cui tale Vita viene eternamente a
sé nell’Archi-pathos della sua Archi-carne […] non c’è vivente
senza Vita ma non c’è Vita senza l’Archi-passività della
sua Archi-rivelazione. Poiché tutto questo deve essere inteso dinamicamente,
la possibilità a priori della Vita non è mai “pura possibilità”:
da sempre la vita è venuta a sé, e l’eterna venuta a sé
nell’Archi-passività in cui essa prova costantemente se stessa
e gode di sé nell’amore infinito con cui si ama eternamente” (pp.140-141).
Henry effettua quindi un riferimento al Prologo giovanneo incentrato sul
Verbo come Vita che si fa carne quale condizione di possibilità
della effettuazione fenomenologica di ogni carne finita. L’affermazione
della esistenza della trascendenza assoluta non è arbitraria ed
Henry ne fornisce la seguente giustificazione critica:
“Iniziato dal Cristo, Giovanni dice…che Dio è vita. Ora la Vita
non è un semplice concetto; essa è posta come un’esistenza
assoluta per il fatto stesso che vive un solo vivente, che io vivo.
Io che vivo, infatti, non mi sono da solo portato nella vita, né
nel Sé che sono, nemmeno nella mia carne, essendo dato a me stesso
solo in essa: di conseguenza questo vivente, questo Sé, questa
carne vengono a sé solo nel processo della Vita assoluta che viene
a sé nel suo Verbo, provandosi in lui che si prova in essa, nell’intimità
fenomenologica reciproca che è il loro Spirito comune” (p.198)
Ora ciò che può destare qualche perplessità è
questo passaggio dalla fenomenologia dell’invisibile che pure avviene
nell’ottica della assoluta immanenza ad una sfera metafisica dell’assoluta
trascendenza. Difatti su di un piano puramente fenomenologico si può
enucleare una mera ‘fatticità trascendentale’ della vita invisibile,
il suo c’è di fatto, al di fuori di ogni apparire mondano, ma sempre
nella sfera dell’assoluta immanenza ed è solo in base ad una inferenza
metaempirica che si approda alla assoluta trascendenza che la rende possibile.
In tal guisa la contingenza fenomenologica assume eo ipso sul piano della
stessa immediatezza fenomenologica il significato di una contingenza metafisica
come dipendenza ontologica del finito all’Ens causa sui senza quel carattere
di mediazione speculativa che è ad es. presente nella tradizione
epistemico-metafisica (si pensi ad es. alla metafisica tomistica). Intendiamo
dire che il legame tra la contingenza fenomenologica e la contingenza
metafisica come dipendenza ontologica del finito dall’ Ens causa sui non
è un nesso apodittico partendo da un’ottica meramente fenomenologica
(sia pure con tutte le opportune distinzioni critiche) dal momento che
tale contingenza fenomenologica, sul piano dell’immediatezza, potrebbe
fruire del significato di gratuità metafisica: è soltanto
la confutazione teoretica di tale possibilità su base fondativo-epistemica
incentrata sulla incontradditorietà del proprio assunto che può
garantirne la validità conoscitiva. Mi permetto di rinviare a questo
proposito a quanto ho sostenuto nei miei scritti ‘Considerazioni teoretiche
sul rapporto fenomenologia/metafisica Idee n 5/6 maggio-dicembre 1987
pp. 133-159 e Kerygma e nichilismo: una risposta a Emanuele Severino Divus
Thomas 21,3, 1998 pp.178-218 l’immediatezza deve risolversi in mediazione
speculativa se da un orizzonte fenomenologico di senso si vuole passare
ad un orizzonte metafisico, si tratta cioè di mostrare razionalmente
la necessità intrinseca di tale nesso se la propria fondazione
filosofica vuole fruire di una effettiva valenza epistemica di incontradditorietà.
Se si rimane al di sotto di ciò il piano della immediatezza fenomenologica
, comunque concepita, non è in grado di fruire di una valenza conoscitiva
rigorosamente apodittica. Se è vero come ritiene Henry che è
la vita a rendere possibile il pensiero e non viceversa, ciò su
cui si può filosoficamente concordare, è altrettanto vero
che è solo la ragione speculativa che può costituire in
termini di ratio cognoscendi la autenticazione metafisica della vita stessa:
l’immediatezza esperienziale ci fornisce una coincidenza puramente fenomenologica
di verità e vita che solo la ragione teoretica può fare
assurgere a valenza metafisica, in quanto tale ragione è la stessa
anima di verità sedimentata in nuce in tale esperienza fenomenologica
e che si tratta di esplicitare categorialmente. La metafisica ‘riflessa’
è l’esplicitazione concettuale del potenziale metafisico implicito
nella stessa esperienza fenomenologica, è la presa di coscienza,
a livello speculativo, del valore metafisico della stessa vita ed esperienza:
non metafisica come contemplazione teoretica sulla vita ma metafisica
della vita stessa che scaturisce al suo interno, come suo nucleo costitutivo.
Come si può osservare la nostra posizione filosoficamente è
di ‘discordia concorde’ nei riguardi dell’Henry differenziandosene solo
per l’importanza da attribuirsi ‘hegelianamente’ alla mediazione speculativa
di contro alla mera immediatezza che deve costitutivamente risolversi
nella mediazione perché una metafisica come episteme sia realmente
possibile. Ma torniamo ora dopo questa discussione critica al testo stesso
dell’Henry. Henry sostiene che per trascendenza, in senso cristiano, deve
intendersi l’immanenza della vita in qualsiasi vivente non quindi come
un Dio ‘demiurgo’ metafisicamente giustapposto alla totalità dell’ens
creatum. Henry si sofferma poi sul conflitto tra la concezione ellenica
del corpo e quella cristiana. I Padri della Chiesa - Henry prende in particolare
considerazione Ireneo e Tertulliano - in antitesi alla Gnosi ellenica
sostengono che se la genesi e l’essenza della carne del Cristo non sono
identiche a quelle della nostra carne allora Cristo non ha realmente assunto
la precarietà della condizione umana ed è vanificato tutto
il processo di umanizzazione del divino come di divinizzazione dell’umano.
Per i Padri della Chiesa - e in ciò sta il carattere veramente
decisivo della loro svolta - la carne si distingue nettamente nel senso
visto dalla dimensione oggettiva del corpo come manifestazione del mondo.
“A una tale concezione del corpo oggettivo, la cui realtà è
la materia del mondo si giustappone senza transizione filosofica, senza
giustificazione concettuale, il presupposto di una carne radicalmente
diversa, di altro ordine: una carne sofferente che trae la realtà
della sua sofferenza dalla fenomenizzazione patica della vita. E’ dalla
realtà di una carne definita dalla sua sofferenza che l’Incarnazione
del Cristo, e in modo esemplare, la sua passione ricevono ora la loro
realtà e verità” (p.151).
La vita è la immanente condizione di possibilità della carne
e la carne ne costituisce l’effettuazione fenomenologica e come indica
il Prologo giovanneo tutto ciò presuppone l’Archi-intelligibilità
cioè un tipo di rivelazione eterogeneo rispetto all’orizzonte visibile
e mondano di senso, tipo di rivelazione costituito da dimensioni invisibili.
Infatti nella Vita consiste l’Archi-intelligibilità, nel Verbo
di Vita si attua la dimensione di Archi-intelligibilità della Vita,
ed infine nella carne il Verbo di Vita si rende identico ad ogni vivente
come noi uomini siamo.
“Che la Vita sia presente in ogni carne come ciò che rivela quest’ultima
a se stessa, facendo di essa una carne e dandole la Vita, è quanto
attesta, in ogni carne, la Vita stessa nell’autoattestazione radicale
della propria autorivelazione assoluta. Questo il contenuto dello straordinario
cogito della carne proprio del cristianesimo, che Ireneo formula in una
proposizione molto densa: “che la carne sia capace di ricevere la vita,
ciò è provato dalla stessa vita di cui essa [la carne] vive
già ora” (p.157).
Successivamente Henry effettua una analitica fenomenologica/esistenziale
dell’ich kann (io posso) come immanente condizione di possibilità
del poter-toccare e di ogni potere riferito al corpo. E’ la carne la condizione
di possibilità del corpo ‘cosale’ mondano. Il muoversi dell’ich
kann è l’automovimento della vita nella sua automanifestazione
carnale. L’esteriorità di ogni corpo ‘cosale’ mio o di altri è
costituito dal continuum resistente che si oppone al mio ich kann, al
complesso dei poteri immanenti della mia corporeità invisibile,
tale ‘oggettività’ trova dunque la propria costituzione nello stesso
ich kann come automovimento immanente nella Lebenswelt. Lo stesso solipsismo
è superato nella ottica di una fenomenologia della carne: il Leib
dell’altro si oppone al carattere inerte del cosmo materiale in quanto
originariamente percepito come abitato da una carne e come corpo intenzionale
identico al mio. La dimensione della carne non può tuttavia non
oggettivarsi. Importante è quindi la precisazione “svuotarsi della
propria sostanza nell’esteriorità di un “fuori” è proprio
di ogni carne. Al pari del mio, il corpo oggettivo altrui è l’irrealizzazione
di una carne nell’apparire del mondo e a causa sua” (p.177). In conclusione
“la relazione interna pratica della mia carne col suo corpo proprio cosale
definisce la sua relazione con ogni possibile corpo cosale , con un qualunque
corpo dell’universo nonché con il corpo cosale di altri” (p.184).
Attività e passività costituiscono principii fenomenologici
in opposizione tra loro ma come modalità dello stesso statuto fenomenologico
della carne. Esaminiamo alla fine la parte conclusiva concernente la fenomenologia
dell’Incarnazione riguardante la salvezza in senso cristiano. L’analisi
di Henry si articola in tre parti teoreticamente pregnanti riguardanti
la possibilità originaria della dimensione peccaminosa, l’essenza
di Cristo concepito come Incarnazione del Logos eterno ed infine la salvezza
in senso specificatamente cristiano. Nel considerare il problema dell’ich
kann in una fenomenologia dell’Incarnazione Henry evidenzia come il potere
della nostra corporeità sia dato solamente nell’autodonazione della
Vita assoluta, come abbiamo visto, onde ogni potere si innesta sulla base
di un non-potere assoluto, di una radicale impotenza. Ogni potere nei
riguardi del potere assoluto è impotente come pure non è
libero di affrancarsi da sé così “tale doppia impossibilità
ha di straordinario il fatto che è essa a conferire a ogni potere
ciò che ne fa un potere”(p.204). Di questo rapporto tra l’impotenza
e la potenza Paolo ne fornisce - com’è noto - una lettura morale
nel senso che proprio nella precarietà, nella debolezza costitutiva
che si manifesta nella colpa il peccatore si rende cosciente dell’impossibilità
di salvarsi con le proprie forze e che la salvezza può venire soltanto
come dono della gratuità trascendente della grazia divina. Ogni
vita finita in quanto finita sussiste soltanto nell’autodonazione della
vita assoluta, infinita ed è in rapporto a questa un Sé
vivente, una dimensione personale in un rapporto assoluto con l’Assoluto.
“Essere un Sé infatti non è altro che l’essere dato a sé
senza che tale autodonazione sia opera propria. In quanto l’autodonazione
della vita assoluta in cui è dato a sé si attua effettivamente
in lui, ogni Sé si trova ad essere al tempo stesso a essere un
sé reale” (p.210). Ora la libertà è appunto la consapevolezza
del Sé di attivare i poteri che ineriscono alla propria corporeità
originaria. Dalla libertà si passa ad esaminare il sentimento dell’angoscia
con frequenti richiami, ovviamente, al pensiero kierkegaardiano. Tale
dimensione di libertà che si rivela nell’angoscia è appunto
possibilità trascendentale o possibilità originaria di possibilità.
L’ich kann si radica in una dimensione corporea che, come sappiamo, è
Leib e Koerper al tempo stesso ed il nostro corpo oggettivo è determinato
da ciò che Henry definisce la sensualità originaria che
costituisce la nostra carne originaria come corporeità incarnata.
In tal modo si passa all’analisi fenomenologica della relazione erotica
che ci pone di fronte alle due carni trascendentali che si rapportano
reciprocamente essendo la possibilità di essere toccati una possibilità
trascendentale allo stesso titolo della possibilità di toccare,
anche se la differenza tra le due carni trascendentali è che l’una
prende la forma dell’attività e l’altra quella della passività
ci troviamo di fronte a modalità fenomenologiche della stessa capacità
di potere, come potere originario onde i ruoli sono intercambiabili. “Nella
relazione erotica ci sono due Sé trascendentali in comunicazione
tra loro. A motivo dell’appartenenza di ognuno alla vita, dell’immanenza
di questa in ognuno, si pone il problema se, in tale comunicazione, ogni
Sé raggiunga l’altro nella sua stessa vita, se la tocchi là
ove questa tocca se stessa (p.240). Ora Henry definisce notte degli amanti
la dimensione di radicale immanenza della vita nelle carni trascendentali,
nella relazione erotica, e sostiene che appunto nella notte degli amanti
si ha uno scacco del desiderio nel cogliere il piacere dell’alterità
in quanto alterità là ove il piacere coglie se stesso. La
relazione erotica nel manifestarsi del mondo attua una ripetizione del
fallimento. Henry compie a questo proposito un’analisi magistrale che
conviene riportare per esteso:
“L’interno inafferrabile del corpo cosale dell’altro è il suo “fuori”
a mostrarmelo; è con esso che ho a che fare, sia che si tratti
dell’esperienza ordinaria o del mutamento radicale che questa subisce
quando il corpo sensibile diviene un corpo erotico e sensuale - corpo
suscettibile di sentire ed essere toccato - , quando insieme a esso, il
mondo intero ha assunto il volto dell’angoscia.
Compagna del desiderio, quest’ultima ora non si nutre più della
sola capacità vertiginosa di potere: ma procede da questo corpo
che si esibisce nell’universo sensibile. E’ così che alla prima
fonte dell’angoscia si unisce la seconda, quella suscitata non da un corpo
cosale qualsiasi ma da un corpo-in-sintesi-con-l’anima nello spirito.
Il che, come sappiamo, non vuol dire altro che un tal corpo è un
corpo abitato da una carne, da un “io posso”, e dalla sua libertà,
un corpo abitato dall’angoscia. L’angoscia di poter essere toccato, di
poter lasciarsi toccare, di poter provare una serie di tentazioni potenzialmente
soggette e al potere e al volere di un altro. Il raddoppiamento dell’angoscia
allora non significa solo che all’angoscia di fronte alla propria libertà
si unisca per lo spirito quella di essere anche un corpo presente nel
mondo, con le sue determinazioni e configurazioni sessuali oggettive.
Il raddoppiamento vuol dire che una tale angoscia, raddoppiata in ognuno,
raddoppia per essere quella dell’altro, di ciascuno dei due amanti o di
quelli che cadranno nella tentazione di divenirlo. Per ognuno infatti
si spalanca la possibilità di toccare l’altro nel punto più
“sensibile” del suo corpo, là ove la sessualità è
condotta al suo punto estremo, là, ossia nel corpo proprio cosale
quale si mostra nel mondo. Tale possibilità è certo anche
quella di “essere toccato” allo stesso modo: là, nell’esser-là
di questo corpo” (pp.247-248).
Lo scacco del desiderio nella notte degli amanti l’impossibilità
intrinseca di cogliere la vita dell’alter-ego in sé e per sé
determina la progettazione di coglierla nella fatticità empirica
del suo corpo ‘cosale’ oggettivo quale si manifesta nell’apparire mondano.
Nel tempo del nichilismo si ha la riduzione della relazione erotica alla
dimensione della sessualità oggettiva, la vita trascendentale soggettiva
viene depotenziata o occultata e questo riguarda non soltanto la sfera
erotica ma tutto quanto scaturisce dalla stessa vita trascendentale -
religione, etica, estetica - : il tempo del nichilismo si ha quando entra
in gioco un presupposto generale del sapere mondano che considera come
reale soltanto l’esserci della oggettività e il sapere che ne deriva.
Successivamente Henry passa a sottolineare la passività che caratterizza
l’ich kann, passività nei riguardi di se stesso che viene a se
medesimo solo per l’autodonazione della vita, passività per la
specificità di tale potere affetto da una contingenza di fondo
nel senso che ognuno dei nostri poteri nella sua operazione particolare
comporta una forma di passività provata in modo concreto. L’analisi
fenomenologica di tale passività nei suoi gradi rimanda Henry alla
Genesi e al Prologo giovanneo che costituisce la rivelazione di quella
dimensione di verità essenziale che rimane latente nella Genesi.
Henry rileva che Genesi costituisce una esposizione critica di una visione
trascendentale della realtà umana ovvero la condizione di possibilità
a priori dell’esistenza della realtà umana e non dell’uomo in senso
empirico-fattuale. “Adamo è il primo uomo nel senso eminente che
è l’archetipo di ogni uomo possibile, l’essenza dell’umano che
si ritroverà inevitabilmente in ogni uomo reale” (p.262). Considerando
la Bibbia sotto il profilo trascendentale si vede ciò che contrappone
due tipi di problematiche una riguarda la natura dell’uomo riferita al
mondo mentre l’altra riferisce tale essenza a Dio come vita assoluta,
infinita. Nei riguardi del mondo abbiamo poi una duplice passività:
passività nei riguardi del mondo in quanto tale come orizzonte
di senso ek-statico nella sua visibilità ed esteriorità,
dall’altro nei riguardi del concreto contenuto ontico in cui tale apparire
si squaderna. Il carattere passivo di questi due tipi di rapporto sta
nella sensibilità. Ma l’uomo in quanto immagine e somiglianza di
Dio non appartiene al mondo, è un’immagine invisibile, un Sé
trascendentale vivente non visibile proprio come Dio che in quanto Vita
è invisibile. E’ proprio il Prologo giovanneo che ci permette di
intendere il carattere unitario della impostazione trascendentale delle
Sacre Scritture.
“Tale unità emerge chiaramente allorché l’idea di creazione
cede il passo a quella di generazione. L’uomo può essere inteso
solo a partire dall’idea di generazione. La generazione dell’uomo nel
Verbo…ripete la generazione del Verbo in Dio come sua autorivelazione.
E’ il concetto di generazione a dare un senso esaustivo e adeguato alla
creazione, è il Prologo di Giovanni che ci permette di intendere
la Genesi. Con la sostituzione del concetto di generazione a quello di
creazione, la nozione di passività è anch’essa rovesciata.
Non è più la passività dell’uomo nei confronti del
mondo ma una passività del tutto diversa, la passività radicale
della sua vita nei confronti della Vita” (pp.264-265)
In tal guisa Henry rileva che il maggiore rilievo a cui perviene la fenomenologia
della Vita è il carattere radicalmente eterogeneo della passività
radicale o Affettività trascendentale nei riguardi della sensibilità
nei cui confronti ha un carattere fondativo immanente. La dimensione del
Peccato ci ha alienato dalla nostra natura originaria come rapporto con
l’Assoluto: “Incarnandosi il Verbo ha preso quindi su di sé il
peccato e la morte inscritti nella nostra carne finita, li ha distrutti
morendo egli stesso sulla Croce. A essere restaurata è pertanto
la condizione originale dell’uomo, la sua nascita trascendentale nella
Vita divina fuori dalla quale nessuna vita viene alla vita” (p.270). La
nostra carne finita è dunque il luogo fenomenologico al tempo stesso
del peccato e della salvezza. La fenomenologia dell’Incarnazione ci rende
consapevoli della analogia di struttura tra il rapporto fenomenologico
di reciproca intimità da un lato tra la Vita assoluta e il suo
manifestarsi nel Verbo e dall’altro del rapporto di reciproca intimità
fenomenologica tra il Verbo e tutti i viventi nell’unità del corpo
mistico di Cristo. In ultima analisi: “Ciò che diceva l’Incarnazione
del Verbo nella condizione di uomo era dunque, in ultimo la generazione
trascendentale di ogni Sé carnale vivente, nel Verbo, la verità
trascendentale dell’uomo” (p.298).
Umberto Soncini