Giulio
Goggi ,
Dal divenire all'immutabile...
GIULIO GOGGI, Dal diveniente all’immutabile. Studi sul pensiero di Gustavo Bontadini, Cafoscarina, Venezia, 2003.
Questo saggio di Giulio Goggi di carattere storico-critico e teoretico
si caratterizza per la notevole acribia filologica dei testi bontadiniani
ed è in grado di enucleare l’articolazione concettuale di grande
complessità del pensiero del filosofo con particolare vigore speculativo
come evidenzia giustamente la prefazione di Emanuele Severino. Nell’ambito
di una mera recensione ci limiteremo ad enucleare sinteticamente i caratteri
essenziali dell’iter filosofico bontadiniano che Goggi descrive articolandolo
in tre fasi speculative.
Il primo Bontadini si caratterizza peculiarmente per la sua posizione
attualistica, problematicista e fideistica nell’intima convinzione che
la conoscenza metafisica costituisca un progetto al quale non è
stata dato ancora una corrispondente esecuzione teoretica. In questa prima
fase speculativa abbiamo la rilevante trasformazione del formalismo assoluto
di Gentile nel concetto dell’Unità dell’Esperienza di cui Bontadini
evidenzia il carattere strutturalmente problematico. Com’è noto
il formalismo assoluto gentiliano (intendendo per forma l’attività
trascendentale sintetizzatrice dell’io puro e per materia il contenuto
dell’esperienza) è incentrato sull’autoctisi, sull’autoconcetto
o conceptus sui onde l’io puro nell’autoporsi pone tutta la realtà
nella molteplicità del suo differire. La mossa speculativa del
primo Bontadini è appunto quella di affrancare l’attualismo gentiliano
dalla assolutizzazione ontoteologica dell’ Actus Purus (che egli non ritiene
criticamente giustificata): il campo trascendentale privato della sua
valenza ontoteologica si trasforma in una logica della mera presenza onde
l’atto non designa altro che la posizione dell’unità formale dell’esperienza.
Bontadini si preoccupa di enucleare il carattere intenzionale dell’atto
conoscitivo privandolo di ogni carattere ‘produttivistico’ onde il Soggetto
viene concepito come la mera forma del “fainestai” ovvero come l’orizzonte
trascendentale di senso assolutamente intrascendibile al quale deve essere
ascritto ogni molteplice contenuto d’esperienza. Così il Logo concreto
affrancato dalla sua valenza ontoteologica “viene risolto da Bontadini
in una figura puramente metodologica e perciò di per sé
neutrale rispetto ai successivi sviluppi in senso immanentistico o trascendentistico.”
(p.42) Ovviamente si ha un radicale trascendimento della dialettica soggetto-oggetto
come ‘produttivismo’ dell’io puro che esprime per Bontadini solamente
la negazione del carattere extramentale dell’essere nei riguardi del pensiero
onde affrancandosi da tale esteriorità si conferisce al pensiero
il suo carattere meramente rivelativo del “fainestai”?della realtà.
Per Bontadini come per Gentile l’evidenza incontrovertibile è data
dal divenire (come contesa tra essere e non essere), dall’intrinseca dialetticità
del reale ma Bontadini effettua una sceverazione critica tra il momento
gnoseologico o fenomenologico e quello ontoteologico affrancando il primo
dal secondo. Ora questa Unità dell’Esperienza si presenta come
struttura problematica, infatti essa pone un rapporto problematico con
la totalità del reale: difatti non è dato che essa abbia
dei limiti nei riguardi di una alterità trascendente l’esperienza
come pure non è dato l’inverso. Goggi osserva giustamente che “ponendo
l’alternativa tra l’essere e il non essere dell’alterità l’unità
dell’esperienza come sapere originario si è già aperto al
metafisico. E cioè: con la posizione di questa alternativa l’orizzonte
dell’esperienza è già stato oltrepassato, sia pure nella
forma del problema, stante che l’altro viene pensato nell’indecisione
tra la positività e la nullità. (p. 56). Andare oltre tale
giudizio problematico significa fondare una metafisica ma il primo Bontadini
non è ancora in grado di costituire una logica apodittica fondativa
(come il secondo Bontadini) onde come si è detto e come vedremo
egli si muove ancora in una logica di tipo fideistico. Bontadini si pone
in un atteggiamento critico nei riguardi delle aporie che l’idealismo
muove contro la struttura del summenzionato giudizio problematico per
l’equazione idealistica tra esistere ed essere oggetto dell’esperienza
ovvero essere presente. Bontadini vuole mostrare contro l’idealismo che
esistenza ha un significato eterogeneo rispetto alla mera presenzialità
insistendo sul concetto di potenza. “ Che l’essere sia essenzialmente
potenza e che questa sia, a parere di Bontadini attestata dalla esperienza
(il reale, egli afferma, si manifesta come una certa potenza) non deve
sorprendere; in fondo ciò non fa che ribadire quale sia il contenuto
dell’evidenza originaria: il divenire dell’essere” (p. 106). Qui si inserisce
la critica acuta di Goggi che evidenzia come la valenza ontoteologica
dell’attualismo non significhi soltanto negazione della realtà
extramentale rispetto al pensiero ma pure l’inevitabile portato del concetto
greco del divenire come “epamfoterizein”?onde Bontadini da questo punto
di vista compie un passo indietro rispetto alla coerenza intrinseca dell’idealismo
attualistico per il quale l’Actus purus è tutto. Bontadini non
si rende consapevole dell’incompatibilità tra il divenire come
intrinseca dialetticità del reale e l’affermazione anche soltanto
problematica dell’esistenza di un’alterità rispetto all’esperienza
concepita come il Dio immutabile dell’episteme ontologica/metafisica.
Se infatti il divenire è questa irruzione del novum connesso all’“epamfoterizein”?
del senso greco del divenire, la visione dell’essere come potenza si risolve
nell’immanentismo metafisico/idealistico che pone una assoluta identità
tra la “antropine tecnè” e la “teia tecné”? come creatività
e distruttività del processo del pensare (nei riguardi dei contenuti)
come assoluto immanente quale totalità del reale.
Ma ritorniamo ora al discorso di Bontadini nella sua prima fase speculativa.
Per risolvere la controversia tra immanentismo e trascendentismo il filosofo
deve fare riferimento al postulato della razionalità del reale
(ecco il fideismo di cui si è fatto cenno). Parlare di razionalità
della realtà ha lo stesso significato che parlare della permanenza
della conservazione della realtà stessa di quella positività
che è costituita dalla vita stessa come incremento inesauribile
quale tutela della positività dell’esistenza dal non-essere dal
momento che nell’incessante divenire la positività d’essere vive
in quella contesa essere/nulla che per il Bontadini costituisce il dato
originario da cui parte la speculazione filosofica. Il postulato sulla
razionalità del reale richiede poi ciò che Bontadini designa
come circolarità assoluta della potenza e della coscienza. Vale
a dire l’unità dell’esperienza non può costituire un Assoluto
perché se veramente fosse tale sarebbe un Assoluto non in grado
di certificare la propria dimensione di assolutezza, un Assoluto non in
grado di assurgere alla propria autocoscienza razionale. Inoltre il Reale
è razionale solamente se la Realtà costituisce la coscienza
onnipotente di se stessa, la massima potenza che si pone secondo coscienza,
ed è appunto questa la condizione che Bontadini definisce come
circolarità assoluta di potenza e coscienza che evidentemente è
assente nella dimensione dell’unità dell’esperienza. In tale dimensione
difatti la potenza si trova divisa nella realtà, nelle due ipostasi
dell’io empirico e del non-io empirico così come nel divenire si
manifesta la contesa essere/non-essere; l’Assoluto dovrà essere
perciò trascendente come Dio creatore ex-nihilo. Sennonché
poi è lo stesso Bontadini che si rende autocriticamente consapevole
che questa impostazione incentrata sul mero postulato della razionalità
del reale ha un esito necessariamente fideistico. Concludiamo questa prima
fase speculativa di Bontadini asserendo che in questo primo stadio del
pensiero filosofico a suo dire la metafisica classica parte dommaticamente
dal presupposto della esteriorità della realtà extramentale
rispetto al pensiero come resta contrassegnata da una impostazione astrattistica
per la quale nella decodificazione del divenire la positività d’essere
del novum sopraggiungente come incremento d’essere è collocata
fuori dall’ambito dell’unità dell’esperienza mentre è a
tale dimensione che tale novum deve essere correttamente ascritto. Tale
realismo presupposto ed astrattismo sono invece, per il secondo Bontadini,
riscattati speculativamnte dalla summenzionata metafisica classica.
Dopo avere descritto con l’usuale acribia filologica dei testi il passaggio
dalla prima alla seconda fase speculativa di Bontadini Goggi enuclea la
struttura essenziale di quest’ultima. Nella seconda fase filosofica di
Bontadini assistiamo al riscatto speculativo del Postulato della razionalità
del reale nel Principio di Ragione o Principio che il teoreta ad honorem
definisce Principio di Parmenide: alla logica postulatoria del primo Bontadini
subentra la logica dell’apodissi come rigorosa dimostrazione filosofica
della razionalità del reale e della trascendenza dell’Assoluto,
logica squisitamente fondativa della metafisica. Il nucleo tematico precipuo
della metafisica bontadiniana si può esprimere nei seguenti termini:
è intrinsecamente impossibile che l’essere sia originariamente
limitato dal non-essere (questo esige il logos o Principio di Parmenide).
In tal guisa ne consegue che è intrinsecamente impossibile che
il cangiamento fenomenico, il divenire ovvero l’essere che fenomenologicamente
è limitato dal non-essere (come irrefutabile dato d’esperienza)
costituisca il primo principio in senso assoluto. Difatti se il divenire
considerato nella sua totalità d’essere fosse l’assoluto occorrerebbe
conferire al non-essere la capacità intrinseca di limitare l’essere
e ciò non è possibile in quanto appunto il non-essere non
è. In tal modo ne consegue che la potenza limitatrice deve essere
attribuita ad una Divinità trascendente. L’alterità trascendente
dunque pone ed annulla la dimensione dell’unità dell’esperienza,
la pone nella misura stessa in cui pone in essere la realtà del
divenire, la annulla perché la limitazione deve essere pure attribuita
alla trascendenza metafisica. Senza questa inferenza metaempirica incentrata
sul principio di non-contraddizione (che costituisce un lato semantico
del Fondamento assieme al “fainestai” che costituisce l’altro lato) l’esperienza
stessa rimarrebbe avviluppata in una insolubile contraddizione. Infatti
l’assolutizzazione del divenire comporta l’assurda identificazione del
nulla in alcunché di positivo. Così il secondo Bontadini
è impegnato nella definizione del concetto aristotelico della eteronomia
del divenire. La visione del concetto del divenire come “epamfoterizein”
come contesa tra essere e nulla, e la semantizzazione dell’essere in antitesi
al non-essere forniscono a Bontadini i parametri categoriali per un ritorno
alla metafisica classica. Ciò trova il proprio cominciamento oltre
che nel concetto greco di divenire come “epamfoterizein” anche nel principio
aristotelico/tomistico dell’intenzionalità del conoscere, principio
pensato come concorde al formalismo assoluto gentiliano privato del suo
‘produttivismo’ e concepito come logica del mero manifestarsi o unità
dell’esperienza come si è visto ( Bontadini si muove dunque al
punto di confluenza dell’idealismo e della neoscolastica tomistica). Date
queste premesse teoretiche Bontadini non può non pervenire alla
reiezione della assolutizzazione del divenire che non deve essere confusa
semanticamente con la contraddizione del divenire in quanto tale alla
quale Bontadini perverrà nella sua terza fase. Il principio di
non contraddizione nella sua potenza inferenziale è dunque in grado
di fondare l’enunciato sulla dimensione metaempirica. Su queste basi cade
l’accusa rivolta alla metafisica classica di presupporre il realismo come
irriducibilità e trascendenza dell’essere poiché il realismo
non è più un postulato ma l’esito di una riflessione filosofica
incentrata sul principio di non-contraddizione come principio supremo
e che trova nell’esperienza la sua base di applicazione.” Il compito di
dimostrare l’esistenza dell’essere immutabile (che esiste anche quando
non è pensato dall’uomo) è dunque affidato alla metafisica.
Dal che appare che il realismo di cui ci stiamo occupando è squisitamente
metafisico e non gnoseologico” (p. 250). Sussiste quindi una convergenza
sostanziale tra la metafisica classica e quella bontadiniana dal momento
che per l’una e per l’altra il dato originario è costituito dal
divenire ed entrambe escludono come intrinsecamente contradditoria l’assolutizzazione
del divenire. Così per Bontadini abbiamo una istanza empirica per
cui l’essere esperito in quanto diveniente è limitato dal non essere
ed una istanza razionale, come semantizzazione dell’essere in antitesi
al non essere, per la quale l’essere non può essere originariamente
limitato dal non-essere: l’interagire, per così dire, di queste
istanze porta al Principio di Creazione come produzione ex nihilo dell’ens
creatum da parte della trascendenza creatrice. Bontadini vede in questa
fase speculativa l’impossibilità intrinseca dell’assolutizzazione
del divenire ma non ancora la contradditorietà del divenire in
quanto tale come avverrà nell’ultima fase neoparmenidea segnata
dal raffronto filosofico col pensiero di Severino, fase conclusiva che
ora dovremo esaminare.
Il Bontadini della terza fase speculativa è caratterizzato dal
raffronto critico colla filosofia severiniana e da tale raffronto non
può non emergere un atteggiamento autocritico nella impostazione
concernente l’inferenza metaempirica. Bontadini si rende consapevole che
l’aporia di fondo investe il divenire in quanto tale come intrinsecamente
contradditorio prescindendo dalla ermeneutica della sua assolutizzazione.
Si tratterà quindi di togliere la contraddizione intrinseca dello
stesso divenire come tale. Come noto per Severino il divenire non è
l’“epamfoterizein” della ontologia occidentale ma il manifestarsi e l’occultarsi
di eterni e ciò che ora viene a dividere i due filosofi non è
tanto l’affermazione dell’eternità dell’ente come tale (ciò
che Bontadini riconoscerà) quanto l’assunto che il divenire sia
l’evidenza fenomenologica originaria dell’“epamfoterizein” contro la quale
viene a cozzare per Bontadini l’affermazione dell’eternità dell’essente
in quanto tale. Il campo aporetico nel quale cade Bontadini è ben
evidenziato da Goggi. Per Bontadini il divenire in quanto tale è
ora contradditorio intrinsecamente e può essere risolto solo con
il Principio di Creazione fatto coincidere col Principio di Parmenide.
La contraddizione scompare con il riferimento alla trascendenza divina
creatrice come annullatrice giacchè in tal guisa l’essere non coincide
più per se stesso col non essere ma appunto per l’intervento dell’Essere
Supremo: quella energia che è l’essere non è vinta dal non-essere
ma dalla suprema energia dell’Ente Sommo. Acutamente Goggi rileva l’aporia:
“Una volta che si è riconosciuto che il divenire dell’essere è
la contraddizione, essa deve essere tolta (giacchè il contradditorio
è ciò che non è ) e non si può togliere reintroducendola,
neppure facendo appello alla forza superiore del Dio creante che la produca
intemporalmente” (p.354) Così Bontadini nel riconoscere l’impossibilità
intrinseca che l’essere in quanto essere non sia si rende cosciente della
verità dell’essere ma al tempo stesso nel contestare il neoparmenidismo
severiniano per quanto concerne l’assunto della immutabilità dell’essere
come incompatibile con la evidenza fenomenologica del divenire dell’essente
mostra di non sapersi affrancare dalla visione del divenire come “epamfoterizein”
considerato come pretesa evidenza fenomenologica che invece non appare
come Severino ha avuto il merito di mostrare. Ora noi non ci addentreremo
nei dettagli della diatriba Bontadini/Severino esaminata da Goggi nella
sua complessa articolazione concettuale (già sufficientemente nota
data la sua pregnanza teoretica )ma vorremmo evidenziare come Goggi giustamente
vede il guadagno speculativo che la posizione teoretica severiniana presenta
rispetto a quella bontadiniana. Da ciò però non trarremmo
l’affrettata interpretazione di una sentenza di morte nei riguardi del
cristianesimo in quanto tale che è criticato in quanto interno
alle categorie dell’ontologia occidentale ma che si presenta come problema
autentico alla luce della stessa verità dell’essere. Tentativi
in questo senso sono stati fatti in campo cattolico negli ultimi anni
nei cui confronti lo stesso pensiero severiniano per la potenza speculativa
che lo caratterizza peculiarmente rappresenta un intelligente ed ineludibile
incentivo critico.
Umberto Soncini