Cornelio
Fabro,
Dall'essere all'esistente...
CORNELIO FABRO, Dall'essere all'esistente. Hegel, Kierkegaard, Heidegger, Jasper, Marietti 1820, Genova, 2004.
Questo interessante saggio del grande filosofo italiano Cornelio Fabro
al quale è dedicata una Fondazione ed un ricco sito Internet (www.corneliofabro.org)
costituisce un excursus storico-critico ma soprattutto teoretico in cui
l’Autore mette a confronto critico il cristianesimo e il tomismo con la
speculazione filosofica di Hegel e degli esistenzialisti. Come efficacemente
e sinteticamente osserva Umberto Regina nella presentazione del libro
“(per Fabro n.d.r.) è proprio il dono dell’actus essendi ad ogni
ente creato da Dio, che è l’Ipsum esse subsistens, ciò che
sottrae all’indifferenza,e dunque al nulla, ogni attimo di vita dell’esistente.
In nome dell’Essere che è Dio e dell’essere che egli partecipa
ad ogni creatura il “tomismo del futuro”(p.413) deve far tesoro della
vittoriosa battaglia condotta da Tommaso e da Kierkegaard contro il nichilismo
che alligna in ogni forma di immanentismo (Presentazione pp. XII,XIII).
Entriamo subito in medias res sottoponendo a disamina critica il serrato
e denso confronto che Fabro effettua tra il tomismo ed Hegel nel primo
capitolo del saggio. Innanzitutto Fabro parte dalla constatazione incontrovertibile
che siamo da sempre nell’essere e che il pensiero non possa uscire da
tale dimensione pena il suo stesso annullamento. La coscienza fruisce
della proprietà peculiare di “essere-per-l’essere” e perciò
ad essa è demandabile di risolvere l’essente in un rapporto di
essere di cui il pensiero costituisce appunto la manifestazione “essere-
l’essere è la tautologia suprema ed è anche l’ultima meta
della verità del pensiero di cui deve occuparsi nello sviluppo
il filosofare”(p.9) La coscienza finita si attesta come apertura infinita
verso l’essere, costituisce l’orizzonte di senso di infinita trascendenza
dell’essere nei riguardi dell’essente. Al cogito cartesiano è imputabile
nel suo soggettivismo di avere perduto la dimensione ontologica summenzionata.
Con Hegel la verità dell’essere costituisce il proton escathon
del pensiero, il cominciamento assoluto di partenza di cui necessita il
filosofare ed il momento terminale del processo di pensiero. Fabro vuol
mostrare poi l’inconsistenza della critica feuerbachiana ad Hegel dal
momento che per Feuerbach l’essere puro di Hegel è l’essere dell’antica
metafisica scevro di ogni realtà effettiva e l’essere effettivo
è quello sensibilmente determinato nell’esperienza. In realtà
osserva Fabro l’essere sensibilmente determinato è il Seiende (l’essente
o ente) ma non il Sein come verità dell’ente ed è appunto
di questa verità dell’ente che bisogna filosofare. Inoltre osserva
Fabro l’essere puro della logica hegeliana è antitetico all’ontologia
tomasiana-wolffiana, ciò risulta dalla identificazione dell’essere
puro come immediatezza iniziale con l’Assoluto “e questo per la ragione
fondamentale che l’Essere non è vuoto che apparentemente ovvero
nell’astrazione dell’apparenza immediata, ma subito –grazie all’immanente
opposizione – si rivela nella sua genuina realtà di divenire “
(p.23). Difatti nella dialettica tricotomica hegeliana la cui immanente
molla propulsiva è l’antinomicità del reale Hegel introduce
in quel non-essere che è il divenire tutta la ricchezza semantica
della dimensione naturale e storico-sociale. Sennonché il punto
culminante del discorso fabriano è proprio nel raffronto critico
tra l’esse tomistico e il Sein hegeliano. Fabro ci parla di una “corrispondenza
antitetica” tra i due orientamenti speculativi del tomismo e dell’hegelismo,
ovvero una somiglianza formale concernente la metodologia di approfondimento
dell’istanza speculativa e la “dissomiglianza nel contenuto” dei due orientamenti
filosofici. Vediamo alcuni punti in cui si articola questa “corrispondenza
antitetica”. Innanzitutto per S. Tommaso e per Hegel la fruizione dell’Assoluto
non costituisce un prius della coscienza ma il risultato verso il quale
si polarizza la riflessione filosofica. (dell’Assoluto dice Hegel si deve
dire che è essenzialmente risultato). Poi come S. Tommaso polemizza
contro l’astratto intellettualismo Hegel intende la determinazione del
reale in base ad un processo di pensiero immanente allo stesso essere
attraverso cui si passa dalla indeterminazione di essere puro all’intellezione
del Begriff come unità di finitudine ed infinitudine, di essenza
ed esistenza. Inoltre come in S. Tommaso pure in Hegel il concetto iniziale
assolutamente indeterminato di essere è dialettico perché
manifesta in sé la presenza del non-essere nel suo riferirsi alla
dimensione del concreto finito. Ciò significa che per i due filosofi
ciò che costituisce la dimensione accessibile immediatamente alla
coscienza finita è l’essere come finito che per il suo dileguarsi
e per la sua intrinseca finitezza mostra la presenza del negativo, del
non- essere. Hegel difatti sostiene la inconsistenza ontologica della
immediatezza e della finitudine fino a che non siano relazionate all’Assoluto
immanente tramite “la sterminata potenza del negativo”. In conclusione
Fabro osserva che “quel che alla fine importa rilevare è che tanto
per Hegel come per S. Tommaso l’esigenza è di dare la determinazione
della verità dell’essere per uno sviluppo intrinseco dell’essere
stesso, è l’esse intensivo finale che sta agli antipodi, eppure
ne è l’inveramento, dell’esse iniziale : la superiorità
della soluzione tomistica, a nostro avviso, è nell’avere soddisfatto
a questo metodo mediante una nuova nozione assolutamente originale di
esse, a differenza di Hegel che per garantire quell’intrinsecità
deve immanentizzare, e quindi trasferire, nel processo del finito i dogmi
del Cristianesimo “ (p.40). Mentre infatti in Hegel si ha la risoluzione
del finito nell’infinito come Assoluto immanente per S. Tommaso abbiamo
la partecipazione dell’ente finito come ens creatum all’infinito trascendente
come Ipsum esse subsistens. Fabro passa ad esaminare le “due” dialettiche
presenti in Hegel la dialettica esterna ternaria (metodo tricotomico)
e la dialettica interna binaria (contenuto intrinseco)dialettica binaria
che costituisce il vero substrato metafisico di quella ternaria. La dialettica
ternaria parte dalla sfera del mero Verstand, come intelletto astratto
per fruire col trascendimento della antinomia essere/non- essere la sfera
della Vernunft che evidenzia la concretezza del divenire: la dialettica
binaria invece è immanente al divenire, è data dalla tensione
dialettica di fenomeno e realtà, di essenza ed esistenza in ultima
analisi di finito e di infinito in cui si realizza la concreta effettualità
del divenire stesso. Così Fabro può evidenziare il rapporto
di somiglianza-dissomiglianza nel metodo tra S. Tommaso ed Hegel. Abbiamo
una doppia dialettica ternaria costituita dalla dimostrazione sillogistica
in S. Tommaso e dalla progressione tricotomica hegeliana essere, non-
essere e divenire come immanente superamento dell’antinomicità
essere/non- essere; inoltre abbiamo una doppia dialettica binaria presente
in Hegel e S. Tommaso finito/infinito immanente nel primo, essere per
essenza come Ipsum esse subsistens ed essere per partecipazione come actus
essendi per l’ens creatum . In conclusione nella visione trascendentistica
“ non c’è una esperienza propria dell’Infinito, bensì soltanto
dell’essere che mostra l’insufficienza dell’ente e muove lo spirito finito
a trascenderlo ed è precisamente in questo anelare all’” essere
senza predicati” che tanto la metafisica come la mistica hanno posto il
compimento della vita ?…? ma poiché l’essere- senza- predicati
non è un concetto tra gli altri concetti, ma è l’Assoluto
nella forma di vita sempiterna e di spirito perfetto, allora – checché
dica Hegel – non è certamente nel pensiero puro che l’attinge,
ma nello slancio, nel pungolo che la punge dentro, a portarsi al di là
in una forma di trascendenza che deve impegnare tutto l’uomo e che alla
fine non deluda” (p.64). Successivamente (nel secondo capitolo) Fabro
analizza il Protestantesimo nel suo rapporto col pensiero moderno . Il
Protestantesimo è l’espressione (nel suo stesso principio) di una
profonda crisi del cristianesimo ed opera una profonda e continuativa
erosione nei confronti di questo. Il Protestantesimo finisce coll’annullarsi
come religione positiva rivelata assorbito dal razionalismo deista dell’Illuminismo,
dall’immanentismo idealista (Kant, Hegel ecc.) dall’orientamento della
teologia liberale (che nega ogni elemento trascendentistico ed ogni riferimento
all’unione ipostatica delle due nature in Cristo) fino a Jaspers la cui
fede filosofica quale filiazione del kantiano Vernunftglaube come fede
teologica laicizzata senza residui porta ad una negazione del carattere
trascendente e soprannaturale dello stesso cristianesimo. Il Protestantesimo
nel suo stesso principio abbandona il concetto medesimo di verità
teologica che può essere garantita solamente nell’inserzione della
realtà della testimonianza storica vivente della chiesa visibile.
“ Il dogma è la formula che custodisce come autorità il
“mistero” della verità rivelata : l’autorità è esercitata
dalla chiesa visibile nel suo Capo e il Protestantesimo che l’ha misconosciuta
si è polverizzato.” (p.89) Il terzo capitolo affronta il rapporto
fede-ragione nella dialettica kierkegaardiana. Kierkegaard ha sempre sostenuto
nella sua produzione filosofica che “la verità è la soggettività”
quella abdicazione a se stessi quella abnegazione personale che devono
essere richieste ad ogni fedele se quest’ultimo non vuole ricevere vanamente
la grazia divina. Il punto di vista del Fabro è che la posizione
kierkegaardiana –come vedremo- costituisce un ritorno all’autentica posizione
cristiana originaria e in certa misura è perfino riconducibile,
sotto certi aspetti, nell’alveo della visuale cattolica e tomista. La
soggettività della esistenza costituisce kierkegaardianamente la
decisione della libertà di infrangere la sfera dell’immanenza mercè
l’assenso alla dimensione del Vero trascendente con l’intenzione di adeguarsi
ad esso nella vita temporale. Se la realtà umana decide di optare
per la fede ciò non si verifica per la cogenza di una dimostrazione
razionale (l’oggetto della fede è per la razionalità il
paradosso) ma per un dovere-essere che fa appello alla nostra libera volontà
e che solo essa può attuare. Ne consegue che la fede costituisce
un cominciamento nuovo ed assoluto “ è quella che K. chiama la
realtà nuova, la “seconda immediatezza”: essa differisce non soltanto
dalla prima immediatezza della esperienza e dei meccanismi intellettuali
(dialettica del finito), ma anche dall’esistenza socratica e dalla sua
dialettica dell’interiorità che non era riuscita a superare né
il dubbio né l’immanenza (la verità come “anamnesi”) (p.132).
La dimensione della fede rimanda all’auctoritas del soggetto che parla,
è incentrata quindi sulla persona ed è perciò un
rapporto interpersonale e non l’evidenza intrinseca di una dimostrazione
razionale : essa si basa come verità salvifica sull’assenso al
paradosso del Verbo incarnato come uomo- Dio, unione ipostatica delle
due nature divina e umana nel Cristo “il paradosso della fede …costituisce
la realtà stessa della fede e l’oggetto specifico dell’atto di
fede” (p.139). Tutto ciò però non deve fare pensare ad una
lettura ‘irrazionalistica’ di Kierkegaard da parte di Fabro. Per Fabro
Kierkegaard è il difensore della assoluta trascendenza del cristianesimo
nei riguardi della ragione deista ed illuminista ma al di là di
certi eccessi polemici egli esprime una posizione equilibrata in testi
probativi “dove la situazione dei rapporti tra la fede e la ragione è
descritta in termini conformi a quelli della teologia tradizionale” (p.150).
L’esistenza umana costituisce il luogo fenomenologico di incontro tra
la razionalità con la dimensione trascendente che proprio nell’eccederla
infinitamente la fonda come ragione. La ragione riconosce positivamente
l’auctoritas della persona che fa appello al nostro atto di fede. Questa
autorità viene garantita da manifestazioni esteriori come ad esempio
i miracoli onde Kierkegaard distingue due stadi dell’atto di fede, una
prima fase in cui si crede a motivo dei miracoli esperiti o attestati
in modo conveniente ed una seconda fase superiore alla prima in cui si
crede prescindendo pure dai miracoli. Ne consegue che l’attività
razionale non è esclusa dalla dimensione dell’oggetto della fede
non per ridurlo alla propria misura ma come stadio propedeutico all’accettazione
della trascendenza dello stesso oggetto di fede come dimensione metarazionale
e non irrazionale, contro ragione. L’assurdità della fede è
solo una valutazione estrinseca di chi non crede ma in realtà non
ci troviamo di fronte ad un assurdo concettuale ma ad una vivente verità
(l’incarnazione dell’Eterno nel tempo) che eccede la ragione senza negarla.
“Per chi crede, per colui che ha la fede quest’oggetto non ha più
nulla di assurdo né di paradossale ; in virtù della fede
egli possiede il criterio di Dio al quale tutto è possibile : nella
luce della fede, egli vede che questo assurdo, lungi dall’essere una contraddizione,
è l’unica verità che salva, com’è per esempio la
incarnazione”(p.157). Così se ne inferisce che “l’assurdo della
fede è per Kierkegaard un irrazionale esistenziale, cioè
provvisorio ovvero dialettico: è tale cioè per chi non crede
e in quanto non crede. In senso ontologico è un metarazionale,
è cioè l’oggetto della fede la quale però “conosce”
veramente la verità dell’oggetto suo e può smuovere la stessa
ragione” (p.164). E’ significativo a questo proposito l’assenso positivo
dato da Kierkegaard alla formulazione del rapporto fede-ragione di Ugo
di S. Vittore che ha ispirato lo stesso S. Tommaso.
Nel quarto capitolo Fabro sottopone a disamina critica la tematica della
ragione e della fede nella dialettica jaspersiana.
Per Fabro vi è una influenza filosofica di Kant su Jaspers ed è
caratterizzabile 1) in primo luogo dalla visione della Vernunft quale
“apertura illimitata” della realtà sull’essere da cui Jaspers mutua
la sua visione dell’essere come Tutto-abbracciante ( Umgreifende ), ed
inoltre dalla visione della “cifra” e del “naufragio”2) in secondo luogo
dalla visione della religione kantianamente intesa innerhalb den Grenzen
der Vernunft. Jaspers si riferisce alla religione naturale anziché
a quella storico- positiva, subordinandola alla ragione ed al suo autosviluppo.
In questo suo zurueck zu Kant Jaspers intende la verità come dialettica
inesauribile di ragione ed esistenza, incentrata sul movimento infinito
della ragione nei riguardi dell’esistenza. Ne consegue che Jaspers alla
fede teologica kierkegaardiana nella rivelazione cristiana sostituisce
il philosophische Glaube . In Jaspers “la fede filosofica resta una fede
senza un Dio personale senza Cristo, senza dogmi definiti e senza il vincolo
e la dipendenza da alcuna autorità esterna ?…? la fede filosofica
è l’attuarsi della libertà filosofica nella liberazione
da ogni dogma e autorità fissa “ (p.214). Fabro istituisce così
un raffronto critico tra la posizione kierkegaardiana e quella jaspersiana.
Kierkegaard considera il cristianesimo come religione positiva assoluta,
universale ed immutabile incentrata sulla unione ipostatica delle due
nature umana e divina in Cristo come Verbo incarnato. Invece per Jaspers
il sacro (das Heilige)non si manifesta nel Cristo come uomo- Dio, esso
costituisce una possibilità umana attuatasi non solamente in Occidente
ma pure in altre civiltà onde Jaspers pare fare equivalere le diverse
forme del sacro, la cristiana e le non cristiane, ciò che invece
è negato da Kierkegaard. “ L’uomo- Dio, per Jaspers, se è
la verità assoluta, arresta il movimento infinito della ragione;
se Cristo è un uomo singolo, ch’è vissuto in un tempo e
spazio determinati, non può essere la verità assoluta! L’aut-
aut tra Kierkegaard ed Jaspers è perciò categorico” (pp.
230-231). Nel capitolo successivo Fabro approfondisce il tema della “comunicazione
della verità “ nel pensiero kierkegaardiano facendo presente come
la sola forma intrinsecamente valida di comunicare la verità sia
quella di “esserci dentro”, o come si può anche esprimere secondo
la stessa formula kierkegaardiana di “presentarsi in carattere” (at traede
i karakteer). Nel sesto capitolo Fabro focalizza la sostanziale ambiguità
del cristianesimo kierkegaardiano : in Kierkegaard troviamo “la professione
più aperta e incondizionata di realismo filosofico e teologico
la quale si accompagna al rifiuto non meno esplicito della realtà
storica del cristianesimo” (p.273). Talora nell’eccesso polemico contro
la “cristianità stabilita” Kierkegaard pare condannare ogni forma
di socialità nello stesso cristianesimo e ciò costituisce
giustamente per Fabro una lacuna fondamentale del suo pensiero teologico.
Fabro non manca di evidenziare come già abbiamo sottolineato le
convergenze con il tomismo ed il cattolicesimo anche se permangono appunto
ambiguità di fondo. Così Kierkegaard si trova d’accordo
con S. Tommaso nella dottrina del merito onde vi è innanzitutto
una assoluta priorità della grazia nell’ordine soprannaturale con
la quale coopera in una effettiva corrispondenza la libertà umana
onde è condannato soltanto il merito in senso pelagiano che ritiene
di poter prescindere dalla grazia divina. Inoltre se Kierkegaard avesse
approfondito maggiormente il suo concetto di auctoritas presente nel Libro
su Adler avrebbe incontrato la dottrina della chiesa cattolica come depositaria
esclusiva dell’auctoritas per la successione apostolica e per la investitura
canonica del ministero sacerdotale. Ma il limite e l'ambiguità
di Kierkegaard consistono proprio nel fatto che ad avviso di Fabro “le
sue istanze rimangono in aria perché prive dell’effettiva inserzione
nella chiesa visibile che è l’unica depositaria e la maestra infallibile
della verità. Quindi non solo Kierkegaard non è finito cattolico,
ma le sue stesse tendenze e posizioni cattolicizzanti dal punto di vista
teologico restano ambigue e inoperanti e quindi non vanno riconosciute
per cattoliche in quanto mancano della “situazione” propria della teologia
cattolica” (p.310) . Infine Fabro sottopone ad attento vaglio critico
la ontologia e metafisica dell’ultimo Heidegger. Ora noi non ci soffermeremo
su una dettagliata analisi di tale pensiero già sufficientemente
noto per quanto concerne l’opera d’arte come l’essere posto in opera della
verità (das Inwerksetzen der Wahrheit) la poesia (Dichtung) il
linguaggio (Sprache) come “casa della verità dell’essere”, il sacro
(das Heilige) ma riteniamo piuttosto interessante seguire il Fabro nella
sua posizione di raffronto critico tra la posizione heideggeriana e quella
tomista e cristiana. Come noto Heidegger ritiene che il pensiero occidentale
sia caratterizzato dall’oblio dell’essere, anzi dall’oblio di questo stesso
oblio onde si tratta di pensare l’essere che non costituisce un portato
del pensiero dal momento che all’opposto è il “pensiero essenziale”
che costituisce un evento dell’essere, essere che non essendo un concetto
non può darsi che in una “esperienza fondamentale” (Grunderfahrung).
L’uomo è il “custode”, il “pastore “ dell’essere. Secondo Fabro
in tutta questa trattazione del problema del senso dell’essere e nella
consequenziale determinazione della verità dell’essere Heidegger
non ha compreso la nozione tomista di esse come atto dell’essenza, egli
conosce solamente l’esse existentiae della metafisica formalista e scolastica
come attuazione dell’esse essentiae ovvero la sintesi di possibilità
e realtà che giustamente rifiuta. In realtà dal punto di
vista tomista quella che per Heidegger è la “distinzione ontologica”
non è la sceverazione critica di possibilità e realtà
bensì quella di essentia ed esse come virtualità ed atto.
L’esse tomistico non è l’existentia ma l’atto di ogni ente, l’esse
come actus purus in Dio come Ipsum esse subsistens, e l’actus essendi
come essere partecipato (l’ens creatum) così che ogni ente creaturale
è la reale composizione di essenza ed actus essendi. Inoltre mentre
per Heidegger il pensiero nel pensare l’essere pensa il nulla all’opposto
l’esse tomistico è antitetico al nulla a cui fa riferimento in
modo puramente indiretto ovvero attraverso la virtualità dell’essenza
che è creata ex-nihilo . Fabro analizza poi il rapporto tra la
verità dell’essere e il problema di Dio in Heidegger. Heidegger
critica il cristianesimo per avere rinnovato la dicotomia platonica della
realtà colla sceverazione critica tra il piano degli esseri inferiori
come dimensione dell’ens creatum e l’Ens realissimum come Creatore onde
il cristianesimo è da intendersi nietzscheanamente come “platonismo
per il popolo” In tal guisa si è attuata una solidarietà
di pensiero tra il cristianesimo e l’ontologia greca quale deviazione
del pensiero occidentale. Il primo errore è consistito appunto
nella visione platonico- aristotelica di costituzione dell’essente nella
sua totalità così come dell’essente stesso quale fondazione
nell’aprirsi dell’essente. Il secondo errore è consistito nel Medioevo
nell’avere trasformato la totalità dell’essente in totalità
dell’ens creatum posto da Dio Il terzo errore è consistito nell’avere
costituito l’essente come Gegenstand della Vorstellung ad opera del soggettivismo
moderno. La reiezione heideggeriana della concezione teologica cristiana
creazionistica trova il suo fondamento nella sua critica al sinolo materia-
forma che la concezione filosofica medioevale avrebbe applicato alla visione
dell’ente. Qui si inserisce appunto la critica di Fabro. In realtà
egli dice la dottrina teologica creazionistica sostenuta dal testo biblico
è stata insegnata dal cristianesimo fin dal suo primo manifestarsi.
Inoltre per S. Tommaso le nature spirituali sono prive di ogni materialità
e quindi forme metafisicamente semplici costituite solamente dall’essenza
e dall’actus essendi partecipato onde non vi è perfetta coincidenza
tra la coppia materia- forma e quella di potenza- atto. L’ilemorfismo
cosmico ricordato da Heidegger in realtà fu avversato da S. Tommaso
onde “l’equivoco heideggeriano mostra l’urgenza del ritorno alla genuina
metafisica della partecipazione, le cui sorti non sono affatto legate
a quelle del dualismo platonico- aristotelico ignaro della creazione né
a quelle del formalismo scolastico ignaro dell’autentico esse e dello
statuto ontologico degli enti spirituali” (p.388). Infine Fabro prende
in esame il rapporto in Heidegger del sacro con Dio evidenziando in primo
luogo come è possibile soltanto partendo dalla verità dell’essere
che è possibile concepire l’essenza del sacro, in secondo luogo
come sia soltanto partendo dall’essenza del sacro sia possibile concepire
l’essenza della Divinità e in terzo luogo come soltanto alla luce
dell’essenza della Divinità può essere concepito ciò
che il termine ‘Dio’ deve indicare . Nell’età della tecnica si
esperisce la “mancanza di Dio” onde la sola forma di possibile apertura
è oggi “l’attesa di Dio” sulla base dell’esperienza del sacro anche
se non si sa come i mortali possano conoscere e nominare tale Dio. Così
sostiene Fabro “il pensiero di Heidegger sembra piuttosto porsi al di
qua di qualsiasi filosofia e teologia, per sperimentare quell’apertura
e presenza dell’essere che sia una teofania di pura esperienza, e colga
allo stato nascente l’essere stesso dentro il quale appare il “dio” come
la concreta presenza dell’Assoluto nel tutto ?…? quel ch’è certo
è che non si vede come la sua concezione dell’Assoluto, con i presupposti
attuali possa arrivare a un Dio- persona che ha avuto un rapporto storico
decisivo con l’uomo e ha dato alla storia una struttura definitiva come
insegna il cristianesimo” (pp.396-397). In conclusione “il tomismo del
futuro” ha il compito di trascendere la metafisica dell’immanenza, traendo
l’immanenza “dentro il problema essenziale del pensiero ch’è la
fondazione del finito nell’Infinito”(p. 413)
Umberto Soncini