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Étienne Gilson
Biofilosofia. Da Aristotele a Darwin e ritorno
Marietti 1820, Genova-Milano, 2003, trad. di Silvia Corradini

Giuseppe Barzaghi - Anagogia. Il Cristianesimo sub specie aeternitatis

Indice: Presentazione (di E. Morandi) e nota del traduttore. I. Prologo Aristotelico. II. L’obiezione meccanicista. III. Finalismo ed evoluzione: A- Il fissismo, B- Il trasasformismo. IV. Bergsonismo e Finalismo. V. Limiti del meccanicismo. VI. Costanti biofilosofiche. Appendice I. Appendice II: Darwin in cerca della specie.

La nuova collana di filosofia I Kaladri, promossa e curata per la parte tomista dall’Istituto Filosofico di Studi Tomistici di Modena, non poteva avere miglior battesimo. L’Istituto propone con coraggio un volume che, dopo oltre 30 anni dalla sua prima edizione francese, lo si può considerare a tutti gli effetti un testo fondamentale, come mette in luce Emmanuele Morandi nella penetrante prefazione. Étienne Gilson, autore che non ha bisogno di presentazione alcuna, stavolta si cimenta in un campo per lui inusuale; e tuttavia anche qui non ci finisce di stupire per la sconfinata erudizione e per l’acume teoretico con cui affronta il problema dell’evoluzionismo.

Nel primo capitolo Gilson espone il finalismo teorizzato nei libri scientifici di Aristotele, sempre poco letti, e mostra che l’esistenza del fine è un fatto innegabile e necessario per spiegare la costituzione degli enti con parti eterogenee, ad es. i viventi. La comprensione del finalismo, pur essendo diverso dal vitalismo [cap. IV], non è però “chiara e distinta”, e si basa sull’analogia tra natura e artista: come la natura predispone la formazioni di parti strutturate per avere un tutto, così l’artigiano predispone una parte materiale dopo l’altra per realizzare l’idea che ha in testa. Ma, precisa Gilson, “L’analogia con l’arte aiuta quindi a individuare nella materia la presenza di una causa analoga a quella che è l’intelligenza nelle operazioni dell’uomo, ma non sappiamo qual è questa causa. Il concetto di una finalità senza conoscenza e immanente alla natura resta misterioso. Aristotele non pensa che sia un motivo per negarne l’esistenza” [p. 22]. Tale negazione è operata dal meccanicismo [cap. II] che, a partire da Empedocle, commette il grave “peccato” di negare l’esistenza del fine (e della forma sostanziale, “finis materiae”) in nome di una spiegazione “matematizzabile” di tutti i processi naturali [cap. V].
Il terzo capitolo è a mio avviso quello più importante: dapprima mostra come la teoria fissista di Linneo e Buffon (“il mondo è rimasto lo stesso dal momento della sua creazione” [p. 53]) si formula chiaramente solo quando iniziano a diffondersi le prime idee sul trasformismo (“qualsiasi dottrina che affermi che le specie animali o vegetali sono cambiate nel corso del tempo” [p. 66]); “in questo senso - afferma Gilson - si potrebbe dire che è il trasformismo che ha creato il fissismo” [p. 53]. Da questa opposizione iniziano a nascere e a diffondersi una serie di concetti e di “equivalenze” molto confuse e poco scientifiche, che tuttora caratterizzano la cultura filosofica e scientifica.
a) Equivalenza tra fissismo e religione cristiana, ovvero l’erronea convinzione in base a cui “la religione cristiana insegna la creazione degli esseri quali li conosciamo oggi” [p. 56]. Anche Darwin mostra di accettare questa errata equivalenza, così che “quando le sue proprie osservazioni e riflessioni gli renderanno impossibile questa credenza, perderà la fede originaria nella verità della religione cristiana” [ibid. ].
b) Equivalenza tra evoluzionismo e darwinismo. Di questa identificazione non ne è certo responsabile Darwin [cap. II, B, p. 79 sgg.]. Gilson infatti mostra con dovizia di testi e di commenti che Darwin non usa mai la parola “evoluzione” ne L’Origine della specie (se non una volta nella quinta edizione), contrariamente a Spencer, che invece ne fa un principio filosofico generale. Gilson crede che le maggiori responsabilità di questa “evoluzione” semantica siano da attribuire a un articolo del 1878 di Thomas Huxley sull’ Encyclopedia Britannica, che identifica esplicitamente evoluzionismo e darwinismo [ibid, p. 118]. Fino a quel momento “evoluzione” era nella maggior parte dei casi usato nel senso contrario a “svolgimento dell’inviluppato”, concetto comune al preformismo e all’antica teoria delle rationes seminales, e forse proprio per questo Darwin non usa il termine “evoluzione”, che pur conosceva bene [pp. 81 sgg.].
Estremamente brillanti e acute sono infine le pagine che Gilson dedica all’analisi storico-critica del “pensiero” di Darwin, che si basa su tre principi fondamentali [p. 137]: 1) la selezione naturale; 2) la variazione spontanea e causale dei caratteri 3) la lotta per l’esistenza (idea questa che Darwin “fonda” sull’idea malthusiana di sproporzione crescente tra popolazione e ricchezze [cap. II, B, pag. 120 sgg.]). Gilson mostra poi che ciò di cui Darwin va più fiero è l’aver contribuito all’affermarsi dell’idea del “cambiamento delle specie attraverso la generazione. E’ questo - afferma Darwin - il punto chiave. Personalmente, è ovvio, attribuisco grande importanza alla selezione naturale: ma ciò mi pare completamente privo d’importanza in rapporto alla questione: Creazione o Modificazione” [cit. a p. 98].
E proprio sul concetto di modificazione delle specie, Gilson fa i suoi penetranti rilievi critici. Da un lato mostra come il concetto di specie sia una nozione che Darwin stesso ammette essere confusa e poco chiara, fino ad ammettere che è una pura astrazione utile [appendice II]. Ma se le specie non esistono, che senso ha cercarne la loro origine: “Non si può dunque esser certi che ci siano delle specie rigidamente definibili, e se ci si sofferma a pensare [come vuole Darwin] che qualsiasi cosiddetta specie è come una varietà di un’altra specie, il problema della loro origine perde di significato. Finché le specie erano supposte fisse, si poteva sperare di sapere esattamente cosa fossero, ma non sarà più il caso di ricercarne l’origine dal momento che non esistono più” [p. 132]. L’evoluzione dunque è un termine etimologicamente poco chiaro, usato per indicare una teoria ancor meno chiara, così che Gilson non esita a scrivere che “ ‘Evoluzione’ ha avuto soprattutto la funzione di mascherare l’assenza di un’idea” [p. 143].

Passando alle valutazioni conclusive, ritengo che il libro di Gilson ha l’indubbio merito di mostrare quanto poco scientificamente siano usati i concetti di “creazione”, “fissismo”, “evoluzione” e “darwinismo”. E’ possibile che una mente geniale come Darwin possa pensare che la verità della religione cristiana include l’ipotesi fissista? E ancora, è possibile credere che la verità di una “mutazione” e una storia delle specie, possa implicare la negazione del concetto di “creazione”? Ebbene, ciò è possibile, e ancor oggi l’uso improprio dei termini è facilmente ritrovabile in insigni esponenti del pensiero sia filosofico che scientifico, siano questi detrattori o fautori dell’evoluzionismo (si pensi solo ai dibattiti sulla clonazione, in cui si afferma che in tal modo l’uomo diviene “creatore” della vita). Ma questo è a mio avviso dovuto a un totale fraintendimento dei concetti di generazione e creazione. Già in ottica aristotelica, in cui si distinguono mutazione sostanziali e accidentali, non è eresia affermare che una certa specie subisce nel tempo delle mutazioni accidentali: ad es. la specie ‘uomo’ può variare nel tempo la sua altezza media (accidente). Ma evidentemente Darwin riteneva di aver dimostrato che nel tempo si fossero avute mutazioni sostanziali da una specie all’altra, e riteneva che le “nuove” specie non potevano essere create da Dio. Tuttavia, basta aprire la Summa Teologia e si troverà che “Dio crea immediatamente tutti gli enti, ma istituisce nelle cose create un ordine, affinché qualche cosa dipenda da altri enti” [S. Th. I.8.3 co]. Dunque, se nella natura si riscontra un certo ordine temporale e causale, per cui x causa y, nondimeno y è creato dal nulla da Dio, in quanto Dio crea x e tutte le condizioni per cui y possa venire ad esistere. Se un fabbro fa un coltello, ne è la causa nell’ordine orizzontale e fisico (causa fiendi) e nondimeno il coltello è immediatamente creato da Dio (unica causa essendi), che pur lo ha voluto creare in modo tale che avesse una dipendenza fisica dal fabbro [De Ver. q. 5 a. 8 ad 2]. Tuttavia il coltello in atto è completamente creato da Dio dal nulla (“la creazione è l’emanazione di tutto l’ente dalla causa universale” [S. Th. I.45.1 co]): Egli infatti ha creato dal nulla il fabbro (e ancora prima i sui genitori, ecc…) e il ferro da cui l’azione del fabbro ha reso attuale la forma “coltello” potenzialmente presente nel ferro. Passando a un altro esempio, per Tommaso Dio crea il corpo del primo uomo “usando” il fango da lui stesso creato: il fango è realmente causa materiale del corpo, che nondimeno è completamente creato da Dio, poiché Dio dal nulla ha creato il fango e la forma corporea che lo ha reso corpo umano [S. Th. I. 91.1 ad 4]. Lo stesso dicasi per qualsiasi generazione di mammiferi: i gameti maschili e femminili e i genitori sono reali cause (materiali ed efficienti) del nuovo vivente, che tuttavia resta sul piano entitativo totalmente causato da Dio. E, come si vede dagli esempi, sia ha ad un tempo reale mutazione (si passa dal ferro al coltello, dal fango al corpo umano) e creazione, con buona pace di Darwin, che pensa al Dio creatore come a colui che all’inizio crea tutto quanto, per poi lasciare che il mondo continui ad esistere secondo le sue proprie leggi: è in fondo il Dio orologiaio, che crea tutto all’inizio e poi non crea più nient’altro. In questo senso, che le specie siano create tutte assieme all’inizio del tempo (come vuole una certa lettura letterale del testo della Genesi, e come pensava il “fissista” Tommaso [S. Th. I. 118. a. 3 ad 2; De Pot. Q. 10 a. 3 ad 2]) o che siano create in tempo successivi, usando un materiale man mano sempre più complessificato grazie a reali cause naturali, non inficia minimamente la verità né della Creazione né tanto meno del Cristianesimo. Se il primo uomo è derivato dalla scimmia, e se la scimmia è derivata da un ente più semplice, vuol dire semplicemente che Dio ha creato la prima scimmia usando come materia un ente più semplice, e ha creato l’uomo usando come materia la scimmia (anziché il fango). La differenza essenziale tra l’uomo e gli altri viventi risiede “solo” nel fatto che l’anima umana, deve essere creata da Dio senza alcun concorso delle cause seconde, dato che, essendo spirituale e immateriale, non è in alcun modo “edotta” dalla materia [S. Th. I.90.2 co. e ad 3].
In questo senso, il libro di Gilson ci aiuta a penetrare, in un’ottica sia storica che teoretica, all’interno di questo complesso intreccio di concetti, la cui attualità è tuttora attestata dagli innumerevoli dibattiti su queste tematiche.


Mario Enrico Cerrigone


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