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Alberto Dichter
Ultime poesie e un saggio
Edizioni TC, Modena, 2004

Alberto Dichter - Ultime poesie e un saggioPresentare un libro di poesie è un esercizio per temerari… E’ fin troppo evidente, infatti, quanto sia grande il rischio di lanciarsi nel precipizio di un’aggettivazione scontata e di maniera: uno scialaquio di “versi duri”, di “atmosfere rarefatte” o di “dolci sonorità” funestano fin troppi libri di poesia, e fin troppi poeti!

Per questo è sempre necessario parlare di poesia con cautela e rispetto, mentre per tutto quanto riguarda il resto ci si dovrebbe attenere ad un saggio e rispettoso silenzio.

Il libro che qui presentiamo merita senz’altro tutta la sobrietà di cui si diceva, così vorremmo unicamente limitarci a segnalare quanto cariche di fatica ci paiano le poesie contenute in questa raccolta o, per dirla con un registro più aulico, vorremmo sottolineare l’intenso labor limae con cui il poeta deve essersi affaccendato attorno a queste sue creazioni. Altro si potrebbe dire, ma siamo del tutto persuasi che non c’è modo migliore di far conoscere la poesia (soprattutto quando è vera poesia) che quello di suggerirne la lettura.

Diverso è il discorso che concerne il saggio finale (dal titolo: “L’uomo solo ascolta la voce antica”. Cesare Pavese o l’essenza della poesia), che intreccia una serie di interessanti riflessioni sulla poesia di Pavese e sul senso del poetare. E’ arcinota l’asserzione che individua nella poesia un’essenza “sfuggente”, e il compito che si assume questo saggio è proprio quello di catturare il senso di questa sfuggevolezza:  “Il poeta, si dice, è ‘colui che parla per immagini’. Ma cos’è un immagine? Perché il poeta parla per immagini”? […] L’immagine fa presente l’assenza di qualcosa; avvicina ciò che resta lontano. Far-presente qualcosa vuol dire portare nella presenza. L’essenza dell’immagine consiste in questo portare nella presenza l’assenza di qualcosa.”. Cosi Dichter inizia il suo percorso che, partendo dal linguaggio fatto di immagini che il poeta usa e di cui si nutre, arriva ad addentrarsi nella foresta di simboli e miti in cui la fantasia del poeta trova il suo regno. Ma perché si scrivono poesie? “Per vocazione” è la suggestiva risposta suggerita in questo saggio, la poesia è la risposta ad un invito, ad una “voce”, dove il senso della vocazione non si esaurisce affatto nello “trasformare” in versi ciò che si è ascoltato, ma è nell’ascolto stesso che il senso della vocazione si compie. Dunque se la poesia è una contemplazione che “avvicina ciò che resta lontano”, lasciandolo lontano, proprio in questo felice e doloroso avvicinarsi a ciò resta irraggiungibile si dischiude l’essenza sfuggente della poesia. E’ così che quella del poetare diviene una pratica mistica, ed è proprio la figura di un Pavese “poeta mistico” ciò che emerge dalla filigrana di questo saggio.

Mario Enrico Cerrigone

 

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